HISTORIA TìTULO: Dodicesima puntata. L'equilibrio perfetto (Ingoio tutto) 
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HISTORIA

Dodicesima puntata. L'equilibrio perfetto (Ingoio tutto)

by Mark90
Visto: 17 veces Comentarios 1 Date: 23-06-2026 Idioma: Language

La partenza di Youssef lasciò in casa un silenzio strano, denso di riflessioni. Eppure, proprio in quel vuoto, io e Sara ci ritrovammo ancora più uniti. Guardandola muoversi per la stanza, capii che, nonostante avessimo scelto di condividere una parte così intima della nostra vita con un'altra persona, l'amore profondo che ci legava era rimasto intatto, anzi, se possibile, era diventato ancora più viscerale. Avevamo un bisogno disperato e assoluto l'uno dell'altra. Eravamo un'anima sola, un'indissolubilità che nessuna distanza e nessuna complicità esterna avrebbero mai potuto scalfire o mettere in discussione. Eravamo noi, il nostro porto sicuro.

Poi, un bel giorno, sul telefono arrivò una notifica del tutto inaspettata. Era un messaggio vocale di Youssef. Non appena premetti play, la sua voce risuonò nella stanza, carica di entusiasmo: ci diceva che tramite amici aveva finalmente trovato un impiego in Italia e che si sarebbe trasferito a breve. La gioia iniziale, però, lasciò subito spazio alla curiosità e a un pizzico di apprensione, soprattutto da parte di Sara. Da donna sveglia e intelligente qual è, abituata ad andare dritta al punto e a non fermarsi alle apparenze, volle vederci chiaro: «Chiedigli di mandarci via mail una copia del contratto», mi disse, «voglio capire bene di cosa si tratta, che tutele ha e dove andrà a stare».

Youssef non se lo fece ripetere due volte e ci girò il documento sulla posta elettronica. Quando lo aprimmo e scorremmo le clausole sullo schermo, la realtà si rivelò molto diversa dalle nostre aspettative: si trattava di un contratto di lavoro agricolo stagionale, destinato alla raccolta nei campi della Puglia. Non appena finì di scorrere le righe, lo sguardo di Sara si indurì. Chiuse la schermata con un colpo secco e si girò verso di me, irremovibile: «Ma non se ne parla proprio, finirà dritto nelle mani dei caporali!» sbottò, senza ammettere repliche. Era categorica, il suo pragmatismo le faceva vedere benissimo i rischi di quella situazione. «E poi in Puglia? A quella distanza da noi, tanto vale che rimanga in Tunisia. Lì almeno è a casa sua. Nei campi in Puglia, da solo, non ce lo mando».

Condividevo ogni sua parola; l'idea di saperlo sfruttato e così lontano ci stringeva il cuore. Prendemmo il telefono e gli scrivemmo immediatamente, usando un tono che non lasciava spazio a esitazioni: gli dicemmo di non firmare assolutamente nulla, di fermarsi e di aspettare nostre notizie prima di fare qualsiasi mossa.

Sara non perse un secondo. Prese in mano la situazione e decise di contattare Elena, la nostra amica avvocato che ci era stata vicina e ci aveva aiutato durante il periodo della nostra separazione. Elena era la persona giusta, e non solo per la sua competenza. Suo marito, infatti, gestiva un'avviata ditta di assistenza e manutenzione di impianti di climatizzazione. Era l'incastro perfetto: Youssef dopotutto era un perito elettronico diplomato in Tunisia, aveva le competenze giuste e tanta voglia di riscatto, gli mancava solo l'opportunità. Spiegammo la situazione a Elena e, tramite lei, chiedemmo questo enorme favore a suo marito. Con nostra immensa gratitudine, lui accettò di darci una mano e preparò un regolare contratto di assunzione a tempo determinato per Youssef. Quando richiamammo Youssef e gli spiegammo tutto, mostrandogli la nuova proposta, non stava più nella pelle dalla gioia. Firmò i documenti felicissimo, con il cuore che gli scoppiava di gratitudine.

E finalmente, il giorno del suo arrivo in Italia diventò realtà. Non appena sistemate le prime formalità, Youssef iniziò subito un corso di formazione specifico per il lavoro che avrebbe dovuto svolgere nella ditta. Inizialmente lo facemmo alloggiare in una piccola pensioncina; poi, con un po' di pazienza, lo aiutammo a trovare un piccolo appartamento tutto suo, a una giusta distanza da noi, non troppo vicino, per evitare voci e sospetti.

I fine settimana, però, divennero il nostro spazio esclusivo, un territorio sospeso tra lo studio e il piacere più assoluto. Con il proposito di aiutarlo con i manuali tecnici del corso, io e Sara ci chiudevamo da Youssef dal venerdì sera. Sulla carta i ruoli erano chiari: io assistevo Youssef con la parte tecnica, mentre mia moglie si sarebbe dovuta occupare del perfezionamento della lingua. Solo che Sara, per

lingua

, sembrava aver inteso il termine in senso puramente anatomico.

Trascorsero così due anni intensi e felici. Ormai la nostra routine era collaudata: ogni volta che gli impegni ce lo permettevano, scappavamo per il fine settimana nell'appartamento di Youssef. Mia moglie adorava quei giorni; indossava completini intimi e costumi provocanti e sexy che spesso lui stesso le regalava, e l'intera casa diventava il nostro parco giochi tra pranzi improvvisati, sesso e giochi di società modificati da noi, dove chi perdeva doveva pagare pegni decisamente erotici.

Da quando Youssef si era stabilito in Italia in pianta stabile, però, la nostra routine non si limitava più alle sole mura di casa. Tra le varie cose, avevamo preso l'abitudine di portarlo a ballare nei locali di balli caraibici e latini. In pista ci scatenavamo: ci passavamo Sara come ballerina, facendola volteggiare dall'uno all'altro. Loro due ballavano divinamente; d'altronde Youssef, avendo fatto l'animatore in Tunisia, aveva il ritmo nel sangue ed era bravissimo a ballare, muovendosi in perfetta sintonia con lei. Io me la cavavo bene: ai tempi della nostra separazione avevo preso un po' di lezioni, quel tanto che bastava per tenere il ritmo e guidarla. Nelle discoteche non passavamo inosservati; la gente ci guardava, incuriosita e affascinata dal nostro essere un trio così atipico e unito. Youssef, tra un ballo e l'altro, ci sapeva fare e spesso riusciva anche a rimorchiare qualche altra ballerina.

Ma il vero spettacolo arrivava al momento del ritorno. Sudati, stanchi e sempre un po' brilli, salivamo in macchina. Spesso Youssef e mia moglie si sistemavano sul sedile posteriore mentre io mi mettevo alla guida. L'adrenalina della serata e la vicinanza facevano il resto: non riuscivano mai a resistere. Iniziavano con qualche bacio, le mani che scivolavano sui corpi sudati, e inevitabilmente finivano per scopare.

Io li guardavo dallo specchietto retrovisore, scuotendo la testa: «Ma dai ragazzi, non riuscite a resistere? Dai cazzo, tra poco siamo a casa».

Quando poi vedevo dal riflesso che cominciavano a darci dentro sul serio, il tono cambiava: «Cazzo, se mi sporcate il sedile mi incazzo», li avvertivo.

E Sara, completamente persa nel piacere, tra un gemito e l'altro o con la bocca piena, trovava sempre il modo di rispondermi con la sua solita faccia tosta: «Tranquillo amore... ingoio tutto».

«Amore, sei una stronza...» le rispondevo io dal sedile davanti, «...una troia stronza e succhiacazzi».

E le parole si perdevano nel buio dell'abitacolo mentre scoppiavamo tutti e tre in una risata di gusto, complici e perfettamente felici nella nostra folle normalità.

A Carnevale, Youssef le regalò un costume sexy da poliziotta, che aveva una camicetta bianca cortissima, calze nere autoreggenti e una gonnellina che le copriva a stento le chiappe. Da quel momento, i finti arresti diventarono uno dei nostri passatempi preferiti. Sara fingeva una severità autoritaria ordinandoci di spogliarci per la perquisizione, ma la recita durava pochissimo: finivamo subito per assaltarla e scoparcela facendola urlare di piacere. La mettevamo a quattro zampe sul materasso, sollevandole la gonnellina per esporre le chiappe e la figa già bagnata. A quel punto, mentre uno di noi si posizionava davanti e le riempiva la bocca stringendole la testa, l'altro le afferrava i fianchi da dietro e la scopava in figa con spinte profonde, lasciandola godere e ansimare, completamente sottomessa.

In altre occasioni, invece, scattava la penitenza del gioco di società. Uno dei pegni più frequenti, pensato appositamente per me, consisteva nell’obbligarmi a guardarli scopare da una distanza ravvicinatissima, con il divieto assoluto di partecipare attivamente, parlare o anche solo di segarmi. Era una tortura deliziosa che adoravo. Mi mettevo in posizione, a pochi centimetri dal punto esatto della penetrazione. Da quella prospettiva, ogni dettaglio si amplificava. L’aria diventava densa, satura dell’odore pungente e dolciastro del loro sesso, un misto acido di sudore e umori intimi che mi riempiva i polmoni a ogni respiro corto.

Vedevo la figa di mia moglie che si apriva e avvolgeva completamente il cazzo di Youssef, con le labbra turgide che aderivano alla pelle in modo perfetto e si sigillavano contro di lui. Ad ogni spinta profonda, i tessuti si comprimevano e si schiacciavano sotto la pressione, deformandosi per accogliere l'intera penetrazione, per poi distendersi. Quel movimento si accompagnava a un suono continuo, umido e sordo: lo schiocco eccitante della carne di lui che batteva contro le chiappe di lei e il rumore liquido dei loro fluidi che si mischiavano. Sara non si tratteneva per nulla. Dalla sua bocca uscivano gemiti bassi, di eccitazione pura, che diventavano urla soffocate ogni volta che lui affondava.

Mentre subiva quei colpi, Sara a voce alta urlava: «Guarda, Marco... guarda come mi spacca... guarda come mi fotte questo cazzo nero! Sono una troia, sono una troia, guardami bene come lo prendo amore!». Youssef rispondeva a quel richiamo aumentando la violenza dei colpi, con un grugnito profondo che gli usciva dal petto mentre mi scopava la moglie e diceva: «Sì, cazzo, prendilo tutto, godi puttana».

Quando lui accennava a tirarsi quasi interamente fuori, le pareti interne e la carne della figa di mia moglie aderivano al suo cazzo in una morsa strettissima; lo risucchiavano come se volessero trattenerlo a tutti i costi e impedirgli di uscire, prima che lui affondasse di nuovo. In quel momento di attrito massimo, il piacere di Sara esplodeva: urlava, godeva e bagnava tutto, un getto viscido e caldo di umori che lubrificava ulteriormente il cazzo di Youssef e colava lungo le sue cosce, rendendo l'odore ancora più intenso e aspro nell'aria.

Rimanevo lì immobile, con il fiato sospeso e i sensi amplificati da quel ritmo costante, e dentro di me lo incitavo con una foga cieca: Vai Youssef, vai, scopami la moglie! Fotti la figa di mia moglie a fondo, falla godere, riempila di sperma.

Poi l'atto arrivava al culmine e, bloccato a un palmo da loro, assistevo al momento del massimo piacere. I gemiti di Sara si trasformavano in gridolini spezzati, un pianto di puro godimento, mentre Youssef accelerava il ritmo. Quando spingeva a fondo corsa e si bloccava in quella posizione venendo dentro di lei, l'universo si restringeva a quel singolo punto. Vedevo chiaramente le contrazioni violente del suo orgasmo, i sussulti ritmici e i violenti spasmi della carne alla base del cazzo di lui che pompavano all'impazzata. Quelle pulsazioni erano così nitide e ravvicinate che, unite al suono dei loro respiri strozzati e ai lamenti disperati di Sara, mi permettevano di indovinare e capire ogni singola, potente iniezione di sperma bollente che veniva sparata nel profondo della vagina di mia moglie.

Solo alla fine, quando il cazzo iniziava ad afflosciarsi lentamente e si sfilava da quel vuoto con un ultimo, debole rumore umido, vedevo colare dalla figa aperta di Sara un rivolo denso, viscido e abbondante di quella sborra calda, il cui profumo forte andava a saturare definitivamente la stanza.

Per mesi i nostri fine settimana erano stati questo: un concentrato di sesso totale, libero da barriere e senza pensieri, in cui l'unica regola era il piacere più estremo. Eravamo convinti che questo meccanismo perfetto potesse durare per sempre.

Questo equilibrio perfetto, però, si spezzò il giorno in cui la salute di mia moglie impose un cambiamento drastico. A causa di continui e tormentosi mal di testa che non le davano tregua, Sara decise di consultarsi con alcuni colleghi finché la ginecologa le consigliò di sospendere l'assunzione della pillola anticoncezionale.

Quella novità cambiò inevitabilmente le regole dei nostri weekend. Parlammo chiaramente con Youssef, spiegandogli la situazione: da quel momento in avanti, per scoparsela in figa, avrebbe dovuto tassativamente indossare il preservativo. Le nuove abitudini si stabilizzarono su questo compromesso: mentre io continuavo a non usare protezioni limitandomi a stare attento, lui, ogni volta che la penetrava lì, doveva infilarsi il cappuccio.

Continua....

Añ CASEADE 1 COMENTARIOS:
  • avatar Neil Questo è "Happy days!!"

    24-06-2026 22:57:08






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