HISTORIA TìTULO: Debora e Marco (prima parte) 
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Debora e Marco (prima parte)

by Cornutamenteio
Visto: 239 veces Comentarios 0 Date: 05-07-2026 Idioma: Language

I giorni seguenti furono un sole a picco, un caldo afoso che rendeva l'aria pesante e densa. Ero sola in riva al mare, sdraiata sul lettino, il costume bianco che faceva risaltare l'abbronzatura scura della mia pelle. Mi annoiavo. La noia mi bruciava sotto la pelle come quel sole, mi prudeva. Avevo bisogno di qualcosa di eccitante che muovesse le acque stagnanti di quella vacanza.

Fu allora che vidi Debora. Si avvicinò lentamente, una donna molto carina, alta, castana, qualche tatuaggio, trentadue anni forse, con quel corpo modificato dalla gravidanza che la rendeva ancora più sensuale. Il ventre era prominentemente tondo, una cupola perfetta sotto il costume, e il seno, gonfio e pieno, sembrava voler scoppiare fuori dal reggiseno. Accanto a lei saltellava Vita, una bimba piccola con i riccioli color del miele che giocava con la sabbia ignorando il caldo.

«Scusa,» disse Debora, con un leggero accento diciliano,bl abbassandosi per sistemare l'ombrellone vicino al mio. «È libero qui? La mia piccola ha bisogno di ombra.»

«Tutto tuo,» risposi, spostandomi per farle spazio. La sua voce era dolce, ma c'era qualcosa nei suoi occhi, un'ombra di stanchezza che riconobbi subito.

Iniziammo a parlare come fanno le donne sole in spiaggia, accomunate anche dalle comuni origini meridionali., chiacchiere leggere che presto scivolarono su argomenti più intimi. Mi disse che suo marito era un pazzo del lavoro, sempre in giro, e che da quando era rimasta incinta di nuovo, tra le nausee e la cura di Vita, si sentiva trascurata. «È in astinenza, sai?» mi confessò con un sorriso malizioso, accarezzandosi la pancia. «O meglio, siamo in astinenza. Il dottore ha detto di riposo, ma io... io ho dei bisogni.»

Le raccontai del mio marito a Roma, di come fosse partito lasciandomi qui a annoiarmi, anche se omisi i dettagli più piccanti della rimessa.

Ad un certo punto mi tolsi il reggiseno per prendere il sole. Debora fece lo stesso, e notai che aveva i capezzoli duri ed eretti sui seni gonfi.

«Che noia,» esclamò Debora, sbuffando. «Dovremmo divertirci un po'. Senti, stasera mia madre prende Vita per la notte. Vado a prendere un aperitivo al locale sulla spiaggia. Ti va di unirti a me?»

Accettai all'istante. L'idea di passare un'altra sera sola a casa mi faceva venire voglia di urlare.

La sera arrivò con un cielo viola e arancione, tinteggiato da un tramonto mozzafiato. Debora mi aspettava fuori dal bar, vestita in modo stupefacente. Indossava un abito leggero, stoffa che le scivolava sul corpo morbido, mettendo in evidenza le curve generose e quel pancione che portava con una grazia erotica. «Lui viene a prenderci tra poco,» disse, mentre sorseggiavamo un prosecco. «Mio marito. È stanco morto, ma quando gli ho detto che uscivo con una nuova amica... beh, si è fatto sotto.»

Arrivò poco dopo con l'auto. Uscì dal lato guidatore, un uomo alto, con le spalle larghe e lo sguardo di chi ha lavorato tutto il giorno ma che ha ancora energia per altro. Si presentò come Marco, e quando ci salutò, la sua mano strinse la mia un secondo più del necessario. I suoi occhi mi fissarono, non con maleducazione, ma con una fame ben visibile, una fame che non mangiava da tempo.

Salimmo in macchina. Debora si sedette davanti con lui, io dietro. L'aria nell'abitacolo era elettrica. Marco guardava sua moglie, posando una mano sulla sua coscia, risalendo lentamente sotto l'abito. Debora emise un sussurro, inclinando la testa all'indietro. «Giulia,» disse lui guardandomi allo specchietto retrovisore, la voce roca. «Debora mi ha detto che sei sola qui. È un peccato sprecare una serata così.»

Ci dirigemmo verso la loro casa, una villa un po' isolata tra gli alberi. Appena entrati, l'atmosfera cambiò. Non c'era bisogno di preamboli. Marco chiuse la porta e ci guardò, prima a Debora, poi a me. «Astinenza,» mormorò, come se fosse una bestia che stava per essere liberata. «È troppo tempo che non tocco una donna come si deve. E ora ne ho due davanti.»

Debora si avvicinò a me, i suoi occhi brillavano di un fuoco che non avevo visto al mare. Mi prese per mano, le sue dita calde e morbide intrecciate alle mie. «Aiutami, Giulia,» sussurrò, avvicinando il suo viso al mio. «Aiutami a stancarlo.»

«A un patto... lo prendo solo a pelle...»

La baciai. Le nostre lingue di cercarono e si intrecciarono. Fu un bacio intenso, carico di promesse, sentendo il sapore del prosecco sulle sue labbra e il calore del suo corpo premuto contro il mio. Marco venne dietro di noi, sentii il suo respiro pesante sul collo, e poi le sue mani erano su di noi, grandi e sudate, che ci esploravano senza ritegno, e il cazzo durissimo sotto i pantaloni. Ci spinse verso il divano, e lì, tra quel salotto illuminato solo dalla luce della luna, iniziò tutto per davvero. Tutto vero. Tutto reale. Non era una fantasia, eravamo lì, io, quella donna incinta e il suo marito affamato dal cazzo di marmo, pronti a rompere ogni regola. (Segue)

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