HISTORIA TìTULO: Il mio avvocato 
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HISTORIA

Il mio avvocato

by Cornutamenteio
Visto: 121 veces Comentarios 0 Date: 08-07-2026 Idioma: Language

L'orologio a pendolo sulla parete dello studio legale batteva le sei e trenta con un ticchettio secco, ritmico, che si confondeva con il ronzio sommesso dell'aria condizionata. Fuori, il grigio di Milano stava scivolando nel nero della sera, mentre io rimanevo inchiodata alla scrivania in legno noce, a sistemare le pratiche della causa C***. Erano gli straordinari, quella zona d'ombra tra il lavoro e la vita privata che pagava bene ma che mi costringeva a rimanere sola in quel palazzo vuoto. P., mio marito, era a Roma. Come sempre da lunedì a venerdì. Lui lavorava in sede, io gestivo la casa e il lavoro qui, e ci vedevamo solo nel weekend. Quella distanza di trecento chilometri, in quel momento, sembrava un abisso incolmabile di solitudine e noia, malgrado certo io non sia un modello di castità e di fedeltà coniugale...

La porta dell'ufficio dell'Avvocato X si aprì con uno scatto secco. «Giulia, entri.»

Alzai lo sguardo dai fascicoli. Lui era lì, in piedi sulla soglia, la cravatta di seta blu scuro un po' allentata, le mani nei taschini della giacca sartoriale grigia. Aveva quel modo di guardarmi che non era mai del tutto professionale, un occhio che pesava e misurava, come se stesse valutando il merito di una causa non dai documenti, ma da come la gonna nera aderiva ai miei fianchi o come la camicia bianca lasciava intravedere il reggiseno di pizzo. Un porco, insomma.

«Sì, Avvocato?» mi alzai, aggiustandomi la gonna.

«Chiudiamo la pratica M***. C'è una questione di compensi che dobbiamo rivedere. Privatamente.» Si fece da parte per lasciarmi passare, e mentre lo superai, il suo braccio sfiorò il mio, un contatto breve, elettrico, intenzionale.

Entrai nello studio. Era una stanza grande, dominata da una libreria in cuoio vecchio e dall'immensa scrivania in mogano scuro. L'aria era più densa qui, impregnata di odore di tabacco pipa e di quel suo profumo di legno e cuoio costoso. X chiuse la porta a chiave. Il rumore della serratura che scattò risuonò come un colpo di pistola nella mia testa. Il mio cuore fece un salto, non per la paura, ma per quella vibrazione improvvisa, quella scossa di adrenalina che riconoscevo bene. Era lo stesso sentore che provavo quando sapevo di varcare un limite.

«Siediti,» disse, indicando la poltrona di pelle davanti alla sua scrivania, ma lui rimase in piedi, appoggiato al bordo del mobile, dominandomi dall'alto in basso.

Mi sedetti, incrociando le gambe. La seta delle mie calze sfiorò l'una contro l'altra, un sibilo silenzioso. Lui non disse nulla per un lungo attimo, lasciando che il silenzio si caricasse di tensione. I suoi occhi scuri scivolarono lungo il mio decolleté, si fermarono sulle mie gambe accavallate, poi risalirono al mio viso.

«Tuo marito... P. , vero? È ancora a Roma?» La sua voce era bassa, rauca, un grattugio di velluto.

«Sì, Avvocato. Rientra stasera tardi, o forse domani mattina,» risposi, sentendo la gola asciutta. Sapeva perfettamente dove fosse mio marito. Era un gioco, una prova.

«Bene. Lavorare duro ha i suoi vantaggi, Giulia. E tu hai lavorato sodo ultimamente.» Si allontanò dalla scrivania e si avvicinò a me. «Ma c'è un tipo di retribuzione che non compare in busta paga.»

Si fermò proprio accanto alla mia poltrona. Potevo vedere il rigonfiamento sotto i suoi pantaloni di lana, evidente, aggressivo. Non era un semplice sospetto ora, era una realtà materiale che pendeva a pochi centimetri dal mio viso. Il mio respiro si fece corto. I miei occhi si fissarono su quella protuberanza, incapaci di distogliersi. La mia bocca si inumidì, un riflesso condizionato, una voglia improvvisa di sentire quel cazzo sulla lingua.

«Guardami,» ordinò lui.

Alzai lo sguardo. Era un sessantenne dalla pancetta prominente e un'incipiente calvizie. Il suo sorriso da porco era crudele, soddisfatto. «Sei una troia che ha bisogno di un cazzo vero, non di quelle scuse che ti dà il tuo maritino al weekend. Sappiamo tutti che gli metti più corna di un cesto di lumache.»

Le sue parole mi colpirono come uno schiaffo, ma invece di offendermi, accesero una scintilla nel basso ventre. Era la verità, nuda e cruda. Sono una puttana. La noia dei miei weekend coniugali, il cazzo moscio del mio Cornuto, tutto questo sembrava sbiadito, inutile di fronte a questa minchia che stava esalando nell'aria il suo odore di maschio eccitato.

«Avvocato...» sussurrai, ma la mia voce era un filo di suono.

«Taci,» interruppe lui, e si chinò. Le sue mani mi afferrarono i polsi, li strinsero forte, portandoli sopra la testa sulla spalliera della poltrona. «Oggi impari cosa significa guadagnarsi uno straordinario.»

Mi piegò indietro, la sua faccia a pochi millimetri dalla mia. Potevo annusare il suo alito, un misto di caffè e desiderio. «Il tuo povero P. è lì a Roma a pensare alla sua brava mogliettina che lavora fino a tardi. Mentre tu...» La sua mano libera scivolò lungo la mia coscia, spingendo la gonna di velluto verso l'alto, le dita aggressive che scavano nella carne morbida. «...mentre tu sei qui, pronta a spalancare le gambe per il cazzo del tuo capo.»

La sua mano raggiunse le mie mutandine di raso. Erano già bagnate, un fatto che lui notò immediatamente sfiorando il tessuto umido. «Ah, già calda e bagnata. Che puttana sei.»

Non potevo negarlo. Il mio corpo reagiva a lui, ai suoi insulti, alla sua forza, molto più di quanto avesse mai fatto con le carezze timide di mio marito. Lui mi sollevò di peso come se fossi una bambola e mi posò sulla scrivania, spazzando via i fascicoli legali che volarono per terra con un rumore di carta secca. Il legno freddo contro le mie cosce nude mi fece sobbalzare.

«Girati,» comandò.

Obbedii, scendendo dalla poltrona e piegandomi sulla scrivania, il petto premuto contro la superficie liscia, le natiche in aria, esposte. Lui mi afferrò per i fianchi, le sue dita che mi scavavano la pelle, e sentii il tessuto dei suoi pantaloni contro le mie gambe nude.

«Questa è la tua promozione, Giulia. Da oggi, questa fica è mia quando lo decido io.»

Sentii il suo cazzo duro premere contro la mia fessura, ancora coperta solo dalla sottile striscia di raso. Non si prese il tempo di toglierle con delicatezza. Le strappò di netto con un gesto secco, il laccio che pizzicò la mia pelle prima di cedere. Urlai, un suono mezzo di dolore mezzo di piacere.

«Lo vuoi, eh? Lo vuoi dentro?»

«Sì...» sussurrai, il viso premuto contro il legno, le mani che aggrappavano il bordo opposto della scrivania. «Per favore, Avvocato... mettilo dentro.»

«Non ancora. Prima devi dimostrare la tua gratitudine.»

Si allontanò leggermente. Sentii il rumore di una cerniera che si abbassava. Poi, il calore del suo corpo si avvicinò di nuovo, ma non da dietro. Si era spostato lateralmente.

«Scendi,» disse.

Scesi dalla scrivania, le gambe tremanti. Lui si era seduto sulla sua poltrona di pelle, i pantaloni abbassati sulle cosce, il cazzo eretto e grosso che pulsava , la cappella liscia e rossa. Ma non mi guardava negli occhi. Guardava i suoi piedi.

«I miei piedi sono stanchi, Giulia. Sono stato in tribunale tutto il giorno. Tu sai cosa fare.»

Capii. Il mio stomaco si contrasse in un mix di umiliazione ed eccitazione feroce. Mi inginocchiai sul tappeto persiano, la posizione di supplice, di schiava. Le mie mani presero il suo piede destro, ancora calzato nella scarpa di pelle lucida. Tolsi la scarpa con cura, esponendo il piede coperto dalla calza di cotone sottile. L'odore era pungente, maschio, un misto di sudore e cuoio che mi stordì i sensi.

Portai il suo piede alla mia bocca. La mia lingua uscì, timida all'inizio, e leccai la pianta del piede attraverso la calza, come di solito fa il Cornuto con me. Il sapore era salato, intenso. Lui emise un sospiro profondo, appoggiandosi indietro alla spalliera.

«Così. Leccali bene. Puliscili.»

Continuai, passando la lingua lungo l'arco, succhiando le dita attraverso il tessuto, bagnandolo con la mia saliva. Lui guardava dall'alto in basso, un re sul suo trono che osservava la sua serva umiliarsi. Mentre leccavo, la mia mano sinistra scivolò tra le mie gambe, le dita che trovavano il mio clitoride eccitato, pronto a esplodere. Ero una puttana, una troia che leccava i piedi del suo capo mentre suo marito cornuto era a chilometri di distanza, ignaro di tutto.

«Basta,» disse infine, ritirando il piede. «Ora sali. Sopra di me.»

Si spostò sulla poltrona, le gambe divaricate. Mi alzai, la gonna ancora alzata, le mutandine rotte in un angolo. Mi avvicinai a lui, afferrai il suo cazzo duro con entrambe le mani, sentendolo pulsare contro il palmo. Era più grosso di quello di Marco, molto più grosso. Lo guidai verso la mia fregna, bagnata fradicia e pronta ad accoglierlo.

Mi lasciai cadere su quel cazzo di marmo, facendolo entrare tutto in un solo colpo. Un gemito profondo uscì dalla mia gola mentre mi riempiva, allargandomi, toccando punti che il Cornuto non sarebbe mai riuscito a raggiungere. La sensazione di pienezza era travolgente, un dolore dolce che mi prendeva tutto il basso ventre.

Iniziò a muovermi, le sue mani sui miei fianchi che mi costringevano a salire e scendere, ritmando la scopata. «Ti piace questo cazzo, Giulia? Ti piace essere riempita mentre il tuo cornuto aspetta?»

«Sì! Sì! Dio, è così grosso il suo cazzo... lo amo...» urlai, abbandonandomi al piacere, sfregando il clitoride contro il suo pube.

«Sei una cagna infedele,» sibilò lui nelle mie orecchie mentre mi penetrava con colpi profondi e violenti. «Quando starai vol cornuto, quando lui ti toccherà, penserai a questo. Penserai a come ti ho scopata sulla mia scrivania da brava cagna in calore.»

Le sue parole furono l'ultima goccia. L'orgasmo mi travolse come un treno, facendomi tremare e contrarre, la figa che si chiudeva spasmodicamente attorno al suo cazzo, mi aggrappai a lui, urlante. Lui non si fermò. Continuò a bombarmi, usandomi per il suo piacere, finché non sentii il suo corpo irrigidirsi e un getto bollente di sperma riempirmi l'interno, sbattendo contro le pareti della mia vagina.

Rimasi immobile per un attimo, appoggiata alla sua spalla, il respiro affannoso che si mescolava al suo. C'era un odore forte di sesso e di sborra nella stanza, il mio profumo mescolato al suo, un odore di tradimento viscerale.

Lui mi spinse via dolcemente, sistemandosi i pantaloni. Io scesi dalla poltrona, le gambe che cedevano, sentendo il suo sperma colare fuori di me, bagnandomi le cosce.m
Mi inginocchiai e ripulii la cappella con la lingua, e facendoglielo tornare duro. Gli feci un pompino, ma stavolta venne quasi subito nella mia bocca.

«Eccellente lavoro, Giulia,» disse, tornando al suo tono professionale, come se nulla fosse successo. Si girò e aprì una busta gialla che era sulla scrivania e ne estrasse un fascio di banconote. Me lo porse.

«Questo è il tuo bonus. Per gli straordinari. E per la... discrezione.»

Presi i soldi. Le mie mani tremavano leggermente. Era molto più di quello che mi spettava. Era il prezzo del mio silenzio

«Grazie, Avvocato, conti sempre su di me, quando vuole,» dissi, infilando i soldi nella borsa.

«Pulisci tutto e chiudi a chiave quando esci. Ah, e salutami tuo marito. Digli che sono molto soddisfatto di te e di come... lavori,» rispose lui, già voltato verso la finestra, a guardare le luci di Milano.

Mi sistemai la gonna al meglio, raccattai le mutandine strappate e le infilai in tasca. Uscii dal suo ufficio e tornai alla mia scrivania. Mentre raccoglievo le mie cose, la mia mano sfiorò la foto del Cornuto sul mio telefono. Lui mi stava aspettando. O forse no. Sorrisi, un sorriso piccolo, stanco, ma soddisfatto. Le sue nuove corna lo avrebbero reso felice, ma i soldi nella borsa e il calore tra le gambe mi facevano sentire viva. E troia.

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