HISTORIA TìTULO: Undicesima puntata. Quarantotto ore al motel P 
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ESPANA


HISTORIA

Undicesima puntata. Quarantotto ore al motel P

by Mark90
Visto: 387 veces Comentarios 2 Date: 20-06-2026 Idioma: Language

L’impatto con la realtà fu un colpo allo stomaco senza sconti. Milano Malpensa ci accolse sotto un cielo plumbeo, gonfio di una pioggia battente e fredda che picchiava contro i finestrini dell'aeroporto, cancellando in un istante i riflessi dorati e il calore di Hammamet. Mentre aspettavamo i bagagli sul nastro trasportatore, circondati da facce stanche, io e Sara ci scambiammo un’occhiata. Nei suoi occhi leggevo lo stesso identico senso di smarrimento: i vestiti estivi improvvisamente troppo leggeri, la pelle che profumava ancora di crema solare e di salsedine compressa sotto le giacche, e la sensazione che quel sogno tunisino stesse venendo risucchiato dalla routine padana.
I giorni successivi furono una transizione spietata. La ripresa del lavoro ci catapultò immediatamente nei nostri ruoli di sempre: io inghiottito dalle solite scartoffie dell'ufficio, lei risucchiata dai turni massacranti in ospedale. Vedere Sara rimettersi il camice bianco faceva uno strano effetto; sotto quella divisa professionale e rigorosa, io sapevo perfettamente quale fuoco continuasse a covare. Eppure, sotto la superficie di quella normalità apparente, scorreva una corrente elettrica sotterranea. Bastava un passaggio di sguardi a cena, il modo in cui lei si stringeva nelle spalle stanca dopo il reparto, o il ricordo improvviso dell’odore di quella pelle ambrata a far tremare l'impalcatura della nostra quotidianità. Eravamo tornati, sì, ma eravamo diversi. Custodivamo un segreto che bruciava.
La vera liberazione avveniva la sera, non appena entravamo nel letto, lasciando il mondo, i pazienti, i computer e, come dice Vasco, tutto il resto fuori. In quel perimetro protetto, la realtà svaniva e Hammamet tornava a prendersi tutto.
Tuttavia, fin dal nostro ritorno dalla Tunisia, avevamo dovuto stabilire una regola tassativa: «Dobbiamo fare un po' di fermo biologico per il mio culo», mi aveva detto Sara con un tono a metà tra il clinico e lo smarrito, preoccupata che l'impeto di Youssef potesse rovinare le sue forme. Una definizione che mi aveva fatto ridere di gusto, ma che avevamo applicato alla lettera.
In compenso Sara portava sempre un dildo a letto con noi: l'astinenza da quella doppia intensità ci travolgeva non appena si spegnevano le luci, e i nostri corpi si cercavano con una foga disperata.
Una notte, mentre la pioggia batteva sui vetri, mi infilai deciso sotto le coperte. Sara spalancò le cosce e io cominciai a divorarla con la lingua. Leccavo la sua figa bagnata e poi scendevo a sfiorare con baci leggeri e carezze lenitive quel buchino sensibilissimo, ancora provato dai giorni tunisini. Sara inarcava la schiena, affondando le mani nei miei capelli, finché un orgasmo violento, che io bevvi, non la scosse tutta.
Risalii subito lungo il suo corpo, ma lei non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Allungò la mano verso il comodino e tirò fuori il dildo, impaziente di simulare la presenza di due cazzi. Si mise in ginocchio davanti a me: afferrò la mia verga dura con una mano e il dildo con l'altra, cominciando a spompinarseli entrambi a turno con una bramosia selvaggia, gli occhi piantati nei miei mentre succhiava avidamente.
«Dimmi cosa vuoi, puttana... di' il suo nome», le ringhiai tenendola per i capelli mentre si strozzava con la mia cappella. Sara tossì, con la bava che le colava dalle labbra e lo sguardo perso nel vuoto: «Voglio Youssef... sì, Marco, voglio il tunisino... chiamami troia, dimmi che sono la sua puttana!».
Quella sottomissione totale mi fece esplodere il cervello. Le strappai il dildo di mano, la sbattei a pancia in su sul materasso e la penetrai in figa con un colpo secco, affondando fino in fondo. Sara gridò per il contrasto. Cominciai a pomparla con un ritmo serrato e violento, godendomi la morsa incredibile delle sue pareti vaginali lubrificate dal precedente orgasmo. Lei agganciò le gambe dietro la mia schiena, urlando il nome di Youssef a ogni spinta, finché non crollò in un secondo orgasmo devastante che trascinò via anche me, facendomi sborrare dentro di lei con scariche calde e interminabili.
Rimanemmo così per lunghi minuti, con i corpi ancora uniti e caldi, ascoltando il rumore della pioggia fuori. Eravamo a casa, nella nostra camera di sempre, protetti dalla nostra stessa complicità.
Nelle settimane seguenti, infatti, quel fuoco non accennò a spegnersi e i nostri rapporti continuarono con un ritmo quasi quotidiano. Il dildo divenne lo strumento perfetto per materializzare il fantasma di Youssef nel nostro letto.
Una notte, Sara era distesa sul materasso a gambe aperte e si trastullava la figa spingendosi dentro il giocattolo di lattice, mentre io, in ginocchio sopra di lei, le poggiavo il cazzo sulle labbra. Iniziò a prendermi in bocca con foga, muovendo la testa avanti e indietro, mentre la sua mano continuava a muovere il dildo tra le sue labbra bagnate.
All'improvviso si staccò dal mio membro, mi guardò negli occhi con lo sguardo lucido, stravolto dal desiderio, e con la voce rotta dal fiato corto mi disse: «Marco, non ce la faccio più... fine del fermo biologico. Mettimelo nel culo».
Non me lo feci ripetere due volte. La voltai di schiena, sollevandole i fianchi e mettendola a pecora. Il mio cazzo, viscido della sua saliva, trovò subito l'imboccatura del suo ano e ci affondò dentro, lentamente, fino ad arrivare a fine corsa. Un gemito profondo, quasi un urlo assoluto, le squarciò la gola.
Non appena fu piena dietro, Sara allungò la mano in avanti, afferrò il dildo e se lo infilò con decisione in figa. Cominciò a muoverlo freneticamente dentro e fuori, simulando le doppie penetrazioni che l'avevano ossessionata a Hammamet. Avere il mio cazzo nel culo e quel lattice duro che le spaccava la figa davanti la fece letteralmente impazzire.
«Dio, Marco... spingi forte», ansimò, muovendo il bacino incontro alle mie spinte con frenesia. «Voglio sentirmi spaccata in due come in Tunisia... cazzo, mi sembra di averlo ancora qui dentro insieme a te!»
Vederla gestire quel delirio erotico, completamente persa nel ricordo di quella vacanza, mi faceva impazzire. Aumentai il ritmo, martellandole il culo senza pietà, mentre lei stringeva i denti e pompava il dildo davanti, incastrata tra me e quel fantasma di lattice.
«Sei una troia, amore... dillo quanto ti manca», le sussurrai con il fiato corto, colpendola con decisione.
«Sì, sono una puttana, la sua puttana... mi manca da morire, Marco... lo vorrei ancora addosso», confessò in un gemito soffocato, voltando leggermente la testa verso di me, con gli occhi lucidi e la bava alle labbra. «Vorrei sentire di nuovo le sue mani grandi che mi tengono ferma per i capelli mentre mi riempie... e vorrei la sua sborra, Marco. Ho ancora in bocca il sapore di quell'ultima volta nella rimessa, voglio che mi sborri di nuovo dentro, ovunque. Lo voglio, lo voglio ancora, Amore...»
Quelle parole così sincere ed esplicite, dette senza più alcun filtro tra noi, erano benzina pura.
«Sì troia... dimmi cosa vorresti che ti facesse adesso!» la incitai, stringendole i fianchi con forza, unendomi completamente al suo desiderio.
«Mi usava, Marco... mi prendeva senza pietà!» urlò, mentre io continuavo a colpirla da dietro. «Voglio che mi vieni dentro adesso, fammi sentire la tua sborra nel culo... riempimi come faceva Youssef!»
Il culmine fu un'esplosione di gemiti e confessioni urlate contro i cuscini, un orgasmo anale violentissimo che ci lasciò esausti, immobili sotto le coperte.
Con Youssef ci sentivamo via messaggio con regolarità, ma l’indomani mattina al suo buongiorno risposi con: «Quando vieni a trovarci?».
Finita la stagione estiva e con la chiusura del villaggio ad Hammamet, fu Youssef a darci la sua totale disponibilità per venire in Italia, sapendo che alle spese ci avremmo pensato interamente noi. Non ce la sentivamo di ospitarlo a dormire a casa nostra, non per mancanza di fiducia, ma per evitare che i vicini o qualche conoscente si insospettissero. Per questo prenotammo una stanza al Motel P; uno di quei motel a tema nati proprio per andare a scopare, con l'ingresso riservato in macchina e la massima privacy.
Youssef arrivò entusiasta. Non era mai stato in Italia e per lui tutto era una novità meravigliosa. Ci aveva portato anche dei pensieri dalla Tunisia: dei regali tipici per la casa e, soprattutto, un paio di completini sexy per Sara. Roba da poco, comprata in qualche mercatino locale, ma dall'effetto assicurato e decisamente provocante. Durante la cena a casa nostra e poi più tardi, mentre lo portavamo a fare un giro sul lago, continuava a ripetere quanto gli piacesse tutto e quanto avrebbe voluto trasferirsi definitivamente.
Ma la vera necessità, quella che ci bruciava dentro da mesi, esplose il sabato e la domenica all'interno del motel. Sia lui che Sara non stavano più nella pelle; l'astinenza li aveva resi famelici. Sara lo baciava, lo leccava ovunque e lo spompinava inginocchiata davanti a lui. Lui trascorreva delle mezzore tra le cosce di mia moglie a leccarle la figa e il culo mentre lei ululava e si contorceva dal piacere.
Il momento più devastante arrivava puntuale durante la doppia penetrazione, con Youssef che la prendeva da dietro e io che la possedevo davanti. L’intensità di quel doppio riempimento le provocava una serie di orgasmi a catena così violenti e potenti da farla crollare, subito dopo, completamente priva di forze. Sbarrava gli occhi, ansimava stringendo i denti e poi, di colpo, il suo corpo si abbandonava sul materasso, molle, in uno stato di estasi totale e semicosciente. Per me e il tunisino, vedere quel corpo totalmente vulnerabile, arreso al piacere e svuotato di ogni energia, era un invito esplicito a farle di tutto. Continuavamo a usarla, a girarla e a riempirla mentre lei mugolava come una bambola di carne, incosciente e felice.
Ogni volta che Youssef le afferrava i capelli per tirarle indietro la testa, le ringhiava in faccia: «Dillo a tuo marito cosa sei... dillo!». E lei, con le ultime forze e la bava che le colava sulle labbra, guardava me e sussurrava: «Sono una puttana, Marco... la vostra troia... continuate...».
Passammo due giorni in quel delirio di carne e sborra. Il lunedì mattina presto la bolla si chiuse. Tornammo a casa nostra tutti e tre, Sara si cambiò per tornare nei panni della professionista e salimmo in macchina: la prima tappa era l'ospedale dove lavora lei, poi io avrei proseguito per Malpensa con Youssef.
Parcheggiai in una zona un po' riparata nei pressi dell'ospedale. L'adrenalina del weekend era ancora nell'aria, mista al timore che qualcuno dei colleghi potesse vederla. Mentre io tenevo gli occhi incollati agli specchietti e al parabrezza, controllando con il cuore in gola che la zona fosse sgombra, Sara si girò verso il sedile posteriore. Il bacio d'addio tra loro due fu intenso, disperato, bagnato: le mani di Youssef che le accarezzavano un'ultima volta il viso e lei che si nutriva del suo sapore prima di timbrare il cartellino. Una scena di un'intimità pazzesca, consumata all'ombra delle mura dove poco dopo avrebbe visitato i suoi pazienti.
Sara scese dall'auto con le gambe ancora indolenzite dalle ore passate in motel e si avviò verso l'ingresso. Io ingranai la marcia e puntai verso l'aeroporto.
Durante il viaggio verso Malpensa, l'atmosfera tra me e Youssef era di totale complicità maschile. Lui guardava fuori dal finestrino il panorama italiano, poi si diede una sguardata intorno e sospirò, voltandosi verso di me: «Marco, l'Italia è bellissima, si sta troppo bene qui. Io vorrei davvero trasferirmi definitivamente, trovare un lavoro e restare. «Sarebbe fantastico, Youssef», gli risposi sinceramente, «vedrai che una soluzione la troviamo».
Poi il discorso cadde inevitabilmente sui due giorni appena trascorsi e lui fece un sorriso complice e rilassato: «E poi, Marco... tua moglie è una macchina da guerra. In quel motel ci ha fatto impazzire. È una donna fantastica, sei un uomo fortunato». Sorrisi, guardando la strada davanti a me: «Lo so bene, Youssef. Ma lascia che te lo dica: anche tu sei fortunato, Youssef, a scopartela. Una donna come lei». Lui rise di gusto, stringendosi nelle spalle: «Questo è sicuro, ci sa fare da morire. Non so come farai a tenerla a bada adesso che me ne vado». «Tranquillo, ci penso io a ricordarle cosa ha fatto questo weekend. Quel dildo sul comodino lavorerà parecchio». «Grande», concluse lui con un'occhiata complice, «almeno quando ritorno la trovo già allenata.
Arrivati alle partenze, ci fermammo per i saluti. Youssef era visibilmente commosso, gli occhi lucidi mentre mi stringeva la mano con una forza incredibile per poi tirarmi a sé in un abbraccio sincero, caldo, pieno della gratitudine che si riserva solo a un vero amico.
«Grazie di tutto, Marco... davvero, per ogni singola cosa che avete fatto per me», mi disse con la voce un po' rotta dall'emozione, guardandomi dritto negli occhi prima di varcare la porta del terminal. «Spero di rivedervi presto».
Ci salutammo così, grati entrambi nel profondo per il segreto, la complicità e il delirio che avevamo appena condiviso.


Continua.....

Añ CASEADE 2 COMENTARIOS:
  • avatar Neil Altamente cerebrale, erotico ed eccitante. I dialoghi esprimono al meglio il livello dell'eccitazione

    22-06-2026 22:35:36

  • avatar Attila Come al solito...fantastico...come fantastici siete voi tre

    21-06-2026 18:52:24






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