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HISTORIA

Peccatore in ginocchio: come ho dimenticato Brunella tra le gambe profumate di Imma

by Justforher70
Visto: 85 veces Comentarios 0 Date: 24-05-2026 Idioma: Language

Per cinque lunghi anni ero stato l'amante di Brunella. Una relazione clandestina, piena di passione rubata, scopate intense in hotel, in macchina e qualche volta anche a casa sua quando il marito era via. Una storia che ho già postato con tutti i dettagli piccanti e foto sul mio profilo... per i curiosi e miscredenti. Le storie che posto sono reali. Alla fine Brunella aveva scelto di rimanere con il marito, quel cornuto che probabilmente non aveva mai capito niente. Mi aveva liquidato con un messaggio freddo e io ero rimasto incazzato, frustrato e con una gran voglia di sfogarmi.

Qualche settimana dopo incontrai Imma, 63 anni, al supermercato di Montale Rangone, provincia di Modena. Era l'ex moglie del mio collega Carlo. Si erano separati da qualche anno. I loro figli gemelli erano arrivati tardi, quando ormai pensavano di non averne più, e quel cambiamento aveva messo in crisi il matrimonio, portando alla separazione. Carlo aveva poi cambiato azienda e da allora non sapevo più nulla né di lui né di lei. A volte, anni prima, ci eravamo incrociati alle cene aziendali: lei arrivava elegante, sempre sorridente, e io l'avevo notata per quel suo modo caldo e solare tipico del Sud.

La vidi davanti agli scaffali dei vini, intenta a scegliere un prosecco. Indossava un paio di jeans che abbracciavano un culo ancora sodo per la sua età, e una maglietta leggera che lasciava intravedere il reggiseno nero. Mi fermai un attimo a guardarla prima di avvicinarmi. Non l'avevo mai vista così... in versione casual. E mi piacque subito.

Ci salutammo con piacere. Parlammo un po' nel parcheggio. Lei era sempre allegra, con quell'accento caldo del Sud. Alla fine mi disse:
«Senti, perché non ci prendiamo un aperitivo uno di questi giorni? Io sono libera, non so tu. C'è un bel posto qui vicino a casa mia.»
Accettai. Qualche giorno dopo ci vedemmo per un aperitivo in un bar all'aperto. Parlammo del più e del meno, ridemmo tanto. Alla fine dell'aperitivo mi propose:
«Se ti va, saliamo un attimo da me. Ti offro un bicchiere di prosecco fresco e continuiamo a chiacchierare con più calma. I gemelli sono dalla nonna oggi.»
Andammo a casa sua. Da quel giorno iniziò tutto. Imma mi invitava spesso per aperitivi e poi per pranzetti del Sud ricchi e abbondanti: parmigiana di melanzane fumante con tanto formaggio filante, pasta al forno stracarica di ragù, polpettine e mozzarella, orecchiette alle cime di rapa con aglio e peperoncino, salsiccia alla brace con friarielli, tiella barese con patate e cozze. Il tutto accompagnato da vino rosso corposo o tanti bicchieri di prosecco fresco.

Ogni volta che mangiavo da lei, succedeva qualcosa di strano. Mentre lei si chinava per prendere qualcosa dal forno, io non riuscivo a non guardarle il culo. E lei lo sapeva. Ogni tanto faceva movimenti lenti, volutamente lenti, come se volesse farmi impazzire. Il prosecco aiutava. I nostri sguardi si facevano sempre più lunghi, più pesanti.

Mentre Imma impastava le polpette o affettava le melanzane, non potevo fare a meno di guardarle le mani. Mani da donna del Sud, un po' ruvide ma sicure. Mani che sapevano cosa volevano. E io iniziavo già a immaginare quelle stesse mani intorno al mio cazzo, mentre fuori sentivo i gemelli giocare. Mi veniva duro lì, seduto al tavolo della sua cucina, mentre lei mi versava altro vino.

Qualche giorno prima del garage, mentre uscivo da casa sua dopo un pranzo, Imma mi diede un bacio sulla guancia per salutarmi. Ma le sue labbra si fermarono un attimo di più del necessario. E la sua mano mi sfiorò il petto, quasi per caso. Non disse niente. Sorrise e chiuse la porta. Io rimasi lì fermo un minuto, col cuore a mille. Quel

quasi per caso

non lo era affatto.

Solo dopo qualche incontro iniziai a raccontarle della storia con Brunella. Eravamo come due vecchi amici in brevi incontri. Lei 63enne ed io 53enne. Lei mi ascoltò con grande attenzione, quasi materna, e mi disse:
«Tesoro, sfogati pure. Per me sei come un amico giovane da istruire e da aiutare a dimenticare quella là.»
Mentre mangiavamo e bevevamo, le raccontavo i dettagli più intimi della storia con Brunella. Imma ascoltava incuriosita, con gli occhi che brillavano, e dopo vari prosecco diventava sempre più aperta. Mi disse dei suoi incontri dopo il divorzio.

Poi una sera, dopo il terzo prosecco, Imma si aprì davvero. Abbassò la voce, anche se i gemelli erano già a letto, e mi confessò un segreto che non aveva mai raccontato a nessuno.

Mi guardò dritto negli occhi. Era la prima volta che la vedevo così vulnerabile. Così vera.

«È successo dopo il divorzio. Avevo voglia di sperimentare, di fare tutte quelle cose che con Carlo non avevo mai fatto. Conobbi un uomo, più giovane di me di qualche anno. Lui aveva questa fantasia... voleva guardarmi mentre venivo scopata da un suo amico. Anzi, voleva farlo insieme. Una cosa a tre, due uomini e io nel mezzo. All'inizio ero terrorizzata. Poi, chissà perché, accettai.»

Fece una pausa, bevve un sorso di prosecco.

«Decisero che doveva succedere in garage. Lui diceva che in camera da letto era troppo normale, troppo

da coppietta

. Voleva qualcosa di sporco, di nascosto. Come se fossimo ladri. E io, guarda un po', scopro che in garage mi eccito molto di più che in un letto. C'è qualcosa in quell'odore di polvere, in quelle pareti di cemento, nel rischio di essere scoperti... che mi fa bagnare all'istante.»

Si passò una mano tra i capelli, come se il ricordo la stesse ancora scaldando.

«Da allora, per me, il garage vuole dire una cosa sola: sesso selvaggio. Non riesco più a vederlo come un posto normale. Ogni volta che ci scendo per prendere una scatola, mi tremano le gambe. Mi viene voglia di sporcarmi. Di fare cose cattive.»

Continuò, con la voce che si faceva più roca.

«Quella sera successe davvero. Loro due mi misero in ginocchio tra gli scatoloni e mi fecero succhiare. Poi mi presero in due, uno davanti e uno dietro. Mi sfondarono per ore. Urlai talmente forte che un vicino bussò al cancello. Dovemmo fermarci. Fu umiliante... ma eccitante. Purtroppo dopo quella sera il mio uomo diventò geloso, paranoico. La storia finì lì. Ma io non ho mai dimenticato quella sensazione: due cazzi che mi riempivano da ogni lato, due uomini che mi usavano come una troia in garage. E da allora, ogni volta che voglio ricordare, scendo in garage. Anche da sola.»

Mi guardò con un sorriso malizioso.

«Sai cosa penso a volte? Che mi piacerebbe riprovarci. Con gli uomini giusti, questa volta. Magari uno sei tu...» fece una pausa, ridacchiando. «Ma poi guardo la mia età, sessantatré primavere, e mi dico: Imma, ce la fai a reggere due cazzi come si deve? La figa forse sì, ma il culo... ecco, il culo non so. Dovrebbero essere bravi, pazienti, ma allo stesso tempo decisi. Insomma, degli esperti. Non due ragazzini eccitati.»

Scoppiammo a ridere insieme, ma nei suoi occhi vidi che non stava scherzando del tutto. Il desiderio era lì, nascosto sotto la risata.

«Chissà» aggiunse, alzando il bicchiere. «Magari un giorno. Se trovo la coppia giusta. O il terzo giusto»

Da quella sera, ogni volta che andavo da lei, guardavo il garage con occhi diversi. E lei lo sapeva. Perché quel garage non era più solo un posto dove parcheggiare la macchina o tenere gli scatoloni. Era il suo tempio del sesso selvaggio. Il posto dove Imma si trasformava.

Un mattino ero a casa da solo, arrapato come un matto dopo aver pensato tutta la notte a Imma e alle sue rivelazioni... la immaginavo impalata da due uomini più giovani. Le mandai una foto appena sveglio: ero a letto con solo le mutande bianche aderenti che risaltavano sulla mia pelle olivastra, il pacco grosso e marcato in bella vista, tutto depilato.
Pochi minuti dopo arrivò la sua risposta:
«Buongiorno tesoro Che bella visione mattutina... Ma voglio vedere di più cosa c'è lì sotto... il cazzo che Brunella si è scopata per 5 anni. Voglio capire se merita anche le mie attenzioni. Tira giù quelle mutande e fammi vedere tutto. Dai, obbedisci.»
Arrapato ed eccitato, obbedii subito. Mi tirai giù le mutande, presi il cazzo già mezzo duro in mano e le mandai una foto chiara, dal basso, con tutta la lunghezza e la cappella in vista.
Lei rispose quasi immediatamente:
«Madonna... è proprio un bel cazzone grosso e marroncino! Mi piace un sacco. Portamelo oggi pomeriggio, ti aspetto per un aperitivo. Ho tanta voglia di giocarci di persona.»
Arrivai verso le 15. Aveva preparato il solito tagliere abbondante e prosecco freddo. Dopo due bicchieri mi disse sottovoce:
«Andiamo giù in garage... il mio posto segreto... ma di nascosto. I ragazzi sono assorbiti dalla PlayStation, non notano nemmeno la nostra assenza.»

Imma mi prese per mano. «Vieni», sussurrò. La scala era stretta, buia. Una lampadina nuda illuminava i gradini di cemento. In fondo, la porta del garage. Mentre scendevo, sentivo il profumo del suo collo, del suo profumo dolce. La seguivo come un animale al macello. E ne ero felice.

Scendemmo piano. C'era quel tipico odore di polvere, cemento e scatoloni di vino vecchio. Si mescolava al profumo del prosecco che avevamo bevuto e al sudore che già mi imperlava la schiena. Il divano era consumato, di quelli di pelle finta ormai scrostata. Le molle cigolavano. Aveva un odore di chiuso, di cantina. Ma stranamente, quel contesto squallido rendeva tutto più eccitante. Non un letto di seta. Un divano di merda in un garage. Roba vera.

Appena chiusa la porta del garage, tra gli scatoloni e il vecchio divano, Imma si trasformò in una tardona vacca dominante. Non me lo aspettavo. Fino a quel momento Imma era stata dolce, materna, quasi timida. Appena la porta del garage si chiuse, qualcosa scattò nei suoi occhi. Mi guardò come una gatta che ha appena acchiappato un topo. Il suo sorriso divenne cattivo. E io capii in quell'istante che non ero io a decidere niente, lì dentro. Mi spinse sul divano con forza, mi abbassò i pantaloni e tirò fuori il cazzo.
«Ecco il cazzone al cioccolato che mi hai fatto vedere stamattina» ringhiò con voce roca. «Oggi ti faccio dimenticare quella stronzetta di Brunella con la mia esperienza da troia matura.»
Proprio in quel momento le squillò il telefono. Era uno dei figli gemelli. Imma rispose con voce perfettamente calma e naturale, mentre con l'altra mano continuava a segarmi il cazzo con movimenti lenti e decisi. Anzi, stringeva più forte. La sua faccia era serena, ma gli occhi erano quelli di una troia in pieno controllo:
«Pronto tesoro? Sì, sono qui con un amico... siamo scesi un attimo al parco vicino a prendere un po' d'aria. Non scendete in garage eh, perché ho spruzzato la medicina per le zanzare e c'è ancora odore forte. State su tranquilli con la PlayStation, vi chiamo io dopo.»

Il momento più surreale? Mentre mi segava con una mano, con l'altra teneva il telefono e parlava con suo figlio con la voce della mamma amorevole.

Sì tesoro, stiamo al parco...

. La sua faccia era un quadro: occhi dolci per il figlio, sorriso sporco per me. Finita la chiamata, mi sussurrò:

Adesso però voglio sentirti urlare

. E riprese la sega più forte.

Chiuse la chiamata e sorrise maliziosa, accelerando la sega.
Mi legò i polsi con una corda morbida dietro la schiena, mi bendò gli occhi con una sciarpa e iniziò a dominarmi senza pietà. Mi segava il cazzo con mano forte, stringendo la cappella, alternando velocità, schiaffeggiandomi le palle e mordendomi i capezzoli. Mi sussurrava porcate all'orecchio:

«Te lo dava il culo Brunella? Ti succhiava bene il cazzo fino in gola come faccio io? Mandava giù tutta la sborra o faceva la schizzinosa? Quella era più giovane e magari mezza frigida... io invece sono una pensionata troia che sa come farsi sfondare come si deve da chi mi piace.»

Poi si fermò un attimo. Sentii il suo respiro caldo sul mio collo.

«Sai qual è la mia vera passione, tesoro?» sussurrò con una voce che non le avevo mai sentito. «Gli uomini peccatori. Quelli che hanno fatto del male a donne come Brunella. Quelli che hanno tradito, mentito, scopato di nascosto. Quelli che hanno il cuore nero e il cazzo duro. Perché un uomo peccatore non si tira indietro. Non ha paura di sporcarsi. Non ha paura di mettere la faccia in una figa over 60 e leccare come se fosse la prima volta.»

Mi tolse la benda.

«E tu sei un peccatore, vero?» disse guardandomi dritto negli occhi. «Hai scopato la moglie di un altro per cinque anni. Hai quasi distrutto una famiglia. Sei un uomo cattivo. E proprio per questo mi piaci.»

Si alzò in piedi davanti a me, nuda dalla vita in giù, con solo il reggiseno nero che teneva su quelle tette ancora belle. Si aprì le gambe. La sua figa era lì, davanti ai miei occhi, a pochi centimetri.

«Non me l'hai mai leccata» disse. «Eppure lo avrai sognato tante volte negli ultimi giorni immagino. Oggi è il giorno giusto. Mettiti in ginocchio, peccatore.»

Non me lo feci ripetere due volte. Scesi dal divano e mi inginocchiai sul cemento freddo del garage. Lei mi si avvicinò, mi prese la testa con entrambe le mani e me la spinse piano tra le sue cosce.

Ero nervoso. Era la prima volta che leccavo una figa over 60. Non sapevo cosa aspettarmi. Pensavo a peli grigi, a odori forti, a qualcosa di

vecchio

. Invece...

Invece era una piccola rosa.

I peli erano pochi, curati, quasi inesistenti. Le labbra erano ancora carnose, di un rosa tenue che sembrava quasi quello di una ragazza. E il profumo... Madonna che profumo. Non c'erano odori forti o sgradevoli. C'era un sentore dolce, pulito, come di sapone intimo ma mescolato al suo odore naturale. Un profumo che mi fece venire l'acquolina in bocca prima ancora di iniziare a leccare.

Quando la mia lingua toccò il suo clitoride per la prima volta, lei sussultò. Non era un sussulto di dolore. Era di piacere. Di sorpresa.

«Piano» sussurrò. «Sono sensibile. Ma non fermarti.»

Iniziai a leccare lento, circolare, come piaceva a me. La sua figa era calda, umida, e già bagnata dal pompino che mi aveva fatto prima. Il sapore era delicato, leggermente salato ma non troppo. Una cosa che non dimenticherò mai.

Lei cominciò a gemere piano. Le sue mani stringevano la mia testa, non per spingermi ma per tenersi in equilibrio. Ogni tanto tirava i miei capelli quando la mia lingua colpiva il punto giusto.

«Così... così bravo...» mugolava. «Non sembra affatto la tua prima volta con una donna della mia età. Sembri un esperto.»

E in effetti mi veniva naturale. Leccavo la sua figa come se avessi sempre desiderato farlo. Come se quella piccola rosa profumata fosse stata lì ad aspettarmi da anni.

La leccai per minuti interi. Lei cominciò a muovere i fianchi, a cavalcare la mia lingua, a spingere la sua figa contro la mia bocca come se volesse entrarci dentro. Io non mi tirai indietro. Leccai tutto: le labbra, il clitoride, l'entrata, anche quel punto tra la figa e il culo che la faceva impazzire.

«Basta» disse alla fine, con voce rotta. «Basta, altrimenti vengo e poi non ho più energie per il resto. E io voglio il tuo cazzo. Adesso.»

Si abbassò, mi baciò sulla bocca con la lingua, assaporando se stessa sulle mie labbra. Poi si girò a pecora sul divano e mi offrì quel culo con la farfalla blu tatuata .

Le abbassai tutto e ammirai quel culo maturo. Quando abbassai i pantaloni a Imma, sentii il rumore secco della cerniera che si apriva. Quel suono, nel silenzio del garage, mi fece venire ancora più duro. Era il suono del punto di non ritorno. La stoffa cadde sulle sue caviglie e il suo culo maturo era lì, nudo, davanti a me. Con quella farfalla blu che sembrava guardarmi. Quando la luce sporca del garage fece brillare quel tatuaggio tra il culo e la schiena, sembrava svolazzare a ogni mio movimento. La sculacciai violentemente, decine di schiaffi sonori che le arrossavano le chiappe.

Ogni schiaffo che le davo sul culo faceva un rumore umido, sordo. Lei non gemeva solo. Rideva. Una risata bassa, sporca, da troia felice. «Ancora» diceva. «Fallo ancora. Voglio sentirlo domani mentre mi siedo a tavola con i miei figli.» E io la sculacciavo più forte, lasciando il segno delle mie dita sulle sue chiappe.

«Sculacciami più forte!» urlava.
Misi il preservativo e le infilai il cazzo nella figa fradicia con una spinta brutale. Iniziai a scoparla come una bestia, con botte profonde e violentissime.
«Sfondami questa fica da troia!» gridava. «Ti faceva godere così Brunella? Ti prendeva tutto dentro o faceva la preziosa? Io invece mi faccio spaccare come una puttana!»

A un certo punto sentimmo dei passi di sopra. Probabilmente il vicino, o qualcuno nel pianerottolo. Imma si bloccò per un secondo, gli occhi sgranati. Io rimasi dentro di lei, immobile, col cazzo duro che pulsava. Trattenemmo il respiro. I passi si allontanarono. Lei mi guardò e scoppiò a ridere piano, poi riprese a muoversi più lenta, più cattiva. «mi eccito con il rischio» mi sussurrò.

Dopo una lunga scopata selvaggia si girò con gli occhi da troia e mi implorò:
«Ti prego... ficcami questo cazzone grosso nel culo cosi lo confronti con il buco del culo della tua Brunella ! Sfonda questo culo da 63enne che ne ha prese tante! Brunella te lo dava il culo o era troppo signorina?»
Io non rispondevo alle sue illazioni anzi mi eccitavano di più . Cambiai preservativo, le sputai sul buchetto e glielo spinsi dentro con forza. Iniziai a incularla con botte potenti e senza controllo, facendole tremare tutto il culo.

Quando glielo misi nel culo, Imma si girò lentamente e mi guardò dritto negli occhi. Non distolse lo sguardo nemmeno per un secondo mentre glielo spingevo dentro fino in fondo. Le sue pupille erano dilatate, nere. «Così» sussurrò. «Così mi piace. Non fermarti. Non importa se piango. Continua.» E io continuai, sempre più forte, mentre lei non smetteva di guardarmi.

«Così! Inculami forte! Sfonda questa vecchia vacca!» urlava. «Scommetto che quella Brunella non si faceva mettere nel culo come me... vero?»

Mentre inculavo Imma, per un secondo pensai a Brunella. A come si lamentava se andavo troppo forte. A come diceva

piano che mi fai male

. E invece Imma, 63 anni, chiedeva più violenza. Più profondità. Più tutto. In quel momento capii che Brunella non mi era mai piaciuta davvero. Mi piaceva solo l'idea di fottere la moglie di un altro. Imma era vera. Imma era carne viva.

La scopata fu lunga ed estrema: la feci cavalcare con il culo, la inculai in piedi contro gli scatoloni, la feci succhiare di nuovo con gola profonda violenta, la sculacciai ancora e la dominai a mia volta.

Fu in quel momento, mentre la stavo inculando contro gli scatoloni, che il suo telefono squillò.

Non una chiamata normale. Era il suono specifico che aveva impostato per i figli. Quello che non poteva ignorare mai.

Lei si irrigidì. «Merda» sussurrò.

Io rimasi dentro di lei, immobile. Il telefono continuava a squillare sul divano, a due metri da noi. La vibrazione faceva tremare la superficie di pelle finta.

«Prendilo» sussurrai.

Imma si staccò da me con un movimento lento, sentendo ogni centimetro del mio cazzo uscire dal suo culo. Fece due passi nuda, con le gambe ancora aperte e il culo ancora caldo dei miei schiaffi. Prese il telefono. Rispose.

«Pronto amore?»

La sua voce era perfetta. Calma. Come se fosse in cucina a preparare il tè.

Ma mentre parlava, mi guardò. Aveva ancora il mio liquido sulle labbra del pompino di prima. E con l'altra mano, quella libera, si mise a segarmi lentamente. Il cazzo ancora duro, ancora sporco del preservativo appena tolto.

«Sì tesoro, sto bene... No, non ho dimenticato di comprare il latte... Sì, più tardi vado al supermercato...»

Le sue dita stringevano il mio cazzo con una forza che non avevo mai sentito. Mi stava facendo impazzire. E io dovevo stare zitto. Non fare il minimo rumore.

«Ti voglio bene amore... Ciao ciao...»

Chiuse la chiamata. Mi guardò. Sorrise. E senza dire una parola, si rimise in posizione contro gli scatoloni, il culo all'insù, e con una mano si allargò le chiappe.

«Rimettimelo dentro» sussurrò. «E stavolta non fermarti nemmeno se suona il papa.»

Glielo rimmisi. E lei dovette mordersi il polso per non urlare mentre la ricominciavo a inculare.

Quando la ripresi, sentii il suo corpo irrigidirsi un'altra volta. Le sue mani artigliarono la scatola piena di vecchi libri. Emise un gemito soffocato, profondo, che partiva dalla pancia. «Arrivo... arrivo...» sussurrò con voce rotta. E la sentii venire, forte, mentre le sue pareti si stringevano intorno al mio cazzo. Strinse talmente forte che quasi mi bloccò l'orgasmo.

Quando finalmente la spogliai del tutto, vidi che indossava lo stesso reggiseno nero che intravedevo al supermercato quel primo giorno. Lo stesso. Me lo ricordai all'istante. Lei se ne accorse e sorrise. «Te lo sei ricordato, eh?» disse. «L'ho messo apposta per te oggi.»

Alla fine la rimisi in ginocchio tra gli scatoloni, tolsi il preservativo e le esplosi in gola una sborrata abbondante, densa e calda. Imma ingoiò tutto avidamente, succhiando fino all'ultima goccia.
«Visto? Io mando giù tutto... lei Brunella invece faceva la difficile, immagino.»

Quando finimmo, il garage aveva un odore nuovo. Non solo polvere e scatoloni. C'era il nostro sudore, il lattice dei preservativi, la mia sborra, la sua figa. Un miscuglio animale che ci avrebbe traditi se qualcuno fosse sceso. Imma aprì una piccola finestra. «Ci vorrà un po' prima che vada via» disse. Poi rise. «Meglio così. Mi ricorderà di te per qualche giorno.»

Appena finimmo, ci guardammo in silenzio per qualche secondo. Lei si sistemò i capelli, io mi rimisi i pantaloni. Nessuno dei due sapeva cosa dire. Poi lei prese il bicchiere di prosecco, bevve un lungo sorso e me ne porse un altro. «Bella scopata» disse come se niente fosse. «Ora però torniamo su che i ragazzi si insospettiscono.»

Mentre risalivamo le scale, Imma si fermò a metà. Si girò verso di me, mi prese il mento con una mano e mi baciò. Non un bacio da amici. Un bacio lento, con la lingua, da amanti. Poi si allontanò e continuò a salire come se niente fosse. Io la seguii, con le gambe ancora molli e la testa piena di lei.

Ci sedemmo sudati e sfiniti, finendo il prosecco.
Qualche giorno dopo mi scrisse: «È stata una scopata bellissima e liberatoria, ma è stata solo un attimo di mia debolezza per un cazzo più giovane. Io preferisco gli uomini over 65, più maturi e tranquilli. Come amico però sei perfetto, continua a venire per i pranzetti e le chiacchiere».

Da allora siamo rimasti grandi amici. Oggi, quando vado da lei per il pranzo, ogni tanto incrocio il suo sguardo mentre mangiamo la parmigiana. Nessuno dei due dice nulla. Ma sappiamo entrambi cosa è successo dietro quella porta grigia del garage. E sorridiamo. Da quel giorno, ogni volta che mangio la sua parmigiana, penso a quel bacio sulle scale. E al garage. A quel garage che per Imma è sinonimo di sesso selvaggio. E chissà, un giorno, magari quel garage rivedrà due cazzi. Se Imma si sentirà ancora in grado di reggerli. E se troverà l'uomo giusto per farlo con me.

Morale della favola? Brunella mi ha insegnato la frustrazione. Imma mi ha insegnato che una signora over 63, con un garage e la faccia tosta, può darti quello che una giovane ti nega da anni. E pure il pranzo.

Lei continua a prepararmi i suoi pranzetti del Sud e io le racconto ancora di Brunella ed altre troie che mi sono e mi sto scopando... ma quel pomeriggio selvaggio in garage è rimasto un ricordo unico e porco.

Añ CASEADE 0 COMENTARIOS:





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