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HISTORIA

vita da bull 3° parte : il matrimonio Cuck

by Bullmastermaturo60
Visto: 991 veces Comentarios 10 Date: 18-05-2026 Idioma: Language

Vita da Bull, Parte Terza — Il matrimonio Cuck
1. Roma, 1992 — Tre anni dopo
Era il 1992 e avevo trentadue anni. Mi ero specializzato da poco e lavoravo in ospedale con quella routine intensa ma gratificante che hanno i medici giovani quando stanno costruendo la propria strada. Roma mi apparteneva ormai completamente — non ero più lo studente spaesato di undici anni prima, ma un professionista inserito, con una vita ordinata e una doppia esistenza che gestivo con naturalezza.
Frequentavo Stefano e Chiara da circa tre anni. Li avevo conosciuti attraverso quella rete sotterranea, discreta, fatta di passaparola e numeri di telefono sussurrati con cautela. Loro erano di Lucca — lui neo commercialista inserito nello studio del padre, professionista affermato e rispettato in città; lei laureanda in lettere, venticinque anni, con quella bellezza toscana fatta di lineamenti puliti e sguardo intelligente.
Ci vedevamo ogni due mesi circa, alternando le città. A volte venivano loro a Roma e ci ritrovavamo in uno di quei motel a ore che stavano cominciando a diffondersi nelle periferie. Altre volte andavo io in Toscana. Da loro era più complicato — erano fidanzati ma non conviventi, e la discrezione era fondamentale. Prendevamo stanze in alberghi sempre diversi, sparsi tra Lucca, Pisa, Viareggio. Qualche volta — raramente, ma accadde — ci vedemmo persino in macchina, su strade di campagna che Stefano conosceva bene, lontano da occhi indiscreti.
In quei tre anni avevo imparato molte cose su di loro, e su me stesso. Chiara era una scoperta continua — sensuale, cerebrale, con una fame erotica che nasceva dalla testa prima ancora che dal corpo. Aveva un fisico che toglieva il fiato: il viso delicato da ragazza per bene si accompagnava a un corpo prosperoso, con seni abbondanti e pieni che contrastavano meravigliosamente con la sua figura snella. Era il tipo di contrasto che rendeva impossibile non guardarla, non desiderarla. Stefano osservava sempre, con quella sua presenza silenziosa e totale, traendo il suo piacere dal piacere di lei con me.
Era una dinamica che ormai conoscevo bene, che avevo vissuto con altre coppie negli anni precedenti. Ma con loro era diverso. C'era affetto, rispetto, una specie di intimità storta ma reale che andava oltre il semplice gioco erotico.
2. L'annuncio — Primavera 1992
La telefonata arrivò a marzo del '92.
Era Chiara. La voce aveva qualcosa di diverso — più leggera, più acuta, come se stesse trattenendo qualcosa di troppo grande per stare dentro le parole.
— Ci sposiamo, — disse.
— Congratulazioni, — risposi, sincero. Mi fece piacere. Dopo tre anni di frequentazione, li conoscevo abbastanza da sapere che si amavano davvero, in modo profondo e complicato.
— Vogliamo che tu venga, — aggiunse. — Al matrimonio. Come nostro amico.
Rimasi un attimo in silenzio.
— Sei sicura?
— Siamo sicuri. Stefano ha solo un anno più di te, è plausibile che siate amici. Nessuno saprà nulla. Ma vogliamo che tu ci sia.
Accettai. Non potevo fare altrimenti. In quei tre anni, il nostro rapporto era diventato qualcosa di più complesso di una semplice dinamica sessuale. C'era affetto, c'era rispetto, c'era una specie di complicità che non si poteva spiegare facilmente.
Il matrimonio fu fissato per luglio, in una villa appena fuori Lucca, con vista sulle colline e quel tipo di eleganza toscana che non ha bisogno di urlare per farsi notare.
3. Il matrimonio — Luglio 1992
Arrivai il giorno prima.
Stefano mi aveva prenotato una stanza in un albergo elegante, antico, con le travi a vista e i pavimenti in cotto che scricchiolavano sotto i passi. Mi disse che la loro camera per la prima notte di nozze era proprio accanto alla mia. Lo disse con un sorriso strano, complice, ma non aggiunse altro.
Il giorno del matrimonio mi svegliai presto. Indossai l'abito scuro che avevo comprato apposta — non volevo sfigurare in mezzo a commercialisti, avvocati, notai. Arrivai alla villa con un misto di eccitazione e imbarazzo. Non conoscevo nessuno. Ero solo

un amico di Stefano

, presentato così, senza troppi dettagli. Qualcuno mi chiese come ci fossimo conosciuti. Dissi qualcosa di vago sull'università, su conoscenze comuni. Nessuno indagò oltre.
Chiara era straordinaria.
Il vestito da sposa le stava in un modo che poteva solo essere stato fatto su misura — bianco purissimo, con una scollatura elegante ma generosa che esaltava il suo décolleté prosperoso senza cadere nella volgarità. Il corpetto fasciava quel seno abbondante che conoscevo così bene, valorizzandolo con una classe che solo le spose sanno avere. I capelli raccolti, il viso appena truccato, quello sguardo intelligente e luminoso che mi aveva conquistato fin dalla prima sera.
Ma quello che mi colpì di più fu altro. Mentre camminava verso l'altare, per una frazione di secondo i nostri occhi si incrociarono. E lei sorrise. Non un sorriso da sposa. Un sorriso da troia consapevole — un lampo brevissimo, invisibile a tutti tranne che a me, che diceva: So cosa succederà stasera. E non vedo l'ora.
Mi eccitò in un modo quasi violento. Ero lì, in mezzo a tutta quella gente rispettabile, vestito bene, composto, mentre dentro sapevo esattamente che tipo di donna fosse quella sposa angelica con quel corpo da peccato nascosto sotto il raso bianco. E lei lo sapeva che io lo sapevo. Era un gioco pericolosissimo e perfetto.
La cerimonia fu classica, elegante, commovente. Stefano pronunciò i voti con quella sua serietà misurata. Chiara rispose con voce ferma. Si baciarono sotto gli applausi. Tutto come deve essere.
Il ricevimento durò fino a sera. Champagne, cibo eccellente, discorsi e brindisi. Io rimasi in disparte per quanto possibile, parlando con qualche ospite quando necessario, ma sempre un po' ai i. Nessuno mi notò troppo. Ero invisibile nel modo giusto.
4. La prima notte di nozze — La vera cerimonia
Tornai in albergo verso le undici di sera, prima degli sposi. Mi tolsi la giacca, allentai la cravatta, mi sedetti sul letto della mia stanza aspettando di sentirli arrivare.
Qualche minuto dopo, bussarono alla mia porta.
Aprii. Erano loro due. Chiara ancora nel vestito da sposa, Stefano in abito scuro, sorridenti come due cospiratori.
— Vieni, — disse Stefano semplicemente.
Lo seguii nella loro camera, proprio accanto alla mia. Una suite bellissima, con il letto matrimoniale enorme, le tende pesanti, un tavolo con lo champagne già aperto.
Stefano chiuse la porta e mi guardò. Poi guardò Chiara. Lei aveva quel sorriso — quel sorriso che conoscevo bene, che prometteva tutto.
— Questa notte, — disse Stefano con calma, — passerai tu in questa camera. Con Chiara. Io dormirò nella tua stanza.
Mi girai verso Chiara. Lei annuì lentamente, senza smettere di sorridermi.
— Io voglio che sia tu, — disse. — La prima notte. Voglio che sia tu a consumare questo matrimonio.
Stefano aggiunse, con una voce quasi neutra: — Io guarderò. Come sempre. Ma poi andrò di là. E voi rimarrete qui. Tutta la notte. Come marito e moglie.
Rimasi un attimo in silenzio, cercando di processare la follia elegante di quello che mi stavano proponendo. Poi capii che non c'era nulla da processare. Era già deciso. Era già scritto. Loro avevano pensato a tutto, desiderato tutto, costruito tutto.
Annuii.
Chiara si avvicinò a me. Mi prese la mano e la portò alla cerniera del vestito da sposa, sulla schiena.
— Spogliami, — sussurrò.
Abbassai lentamente la cerniera. Il vestito scivolò giù con una facilità quasi irreale, come se fosse fatto per essere tolto da me. Sotto aveva un completo di biancheria bianco — reggiseno che a stento conteneva quel seno generoso, perizoma, reggicalze, tutto coordinato, tutto perfetto, tutto scelto per quella notte.
Stefano si sedette sulla poltrona nell'angolo. Non disse nulla. Aveva lo sguardo fisso su di noi, quella concentrazione totale che conoscevo bene.
Chiara si sdraiò sul letto matrimoniale, ancora in biancheria, e mi guardò.
— Vieni, — disse.
Mi spogliai lentamente. Lei mi guardava con occhi affamati, con quella fame cerebrale che era la sua cifra. Quando fui nudo, il mio corpo aveva già risposto — duro, pronto, tradendo tutta l'eccitazione che avevo trattenuto per ore.
Mi sdraiai accanto a lei. La baciai. Era un bacio profondo, lento, totale. Le mani scivolarono sul suo corpo, esplorando quella pelle che conoscevo ma che quella sera aveva un sapore diverso — era la pelle di una sposa, il corpo di una moglie, ma non di Stefano. Mio.
Le tolsi il reggiseno. I seni si liberarono con un peso meraviglioso — grandi, pieni, perfetti, con i capezzoli già duri che chiedevano attenzione. Li presi tra le mani, sentendone il volume generoso, la consistenza piena. Li baciai, li morsi leggermente, affondai il viso in quella morbidezza abbondante, e lei gemette piano, quel gemito basso che mi diceva che stavo facendo la cosa giusta.
— Dio, quanto mi piace come li tocchi, — sussurrò. — Come li desideri.
Scesi lentamente. Le tolsi il perizoma. Era bagnata. Completamente bagnata, di un'umidità calda e totale che mi disse quanto desiderasse davvero quella notte.
La leccai. Lentamente, metodicamente, con tutta la pazienza che avevo imparato in quegli anni. Lei si aprì sotto la mia lingua, le gambe che si allargavano, le anche che si muovevano, il respiro che diventava sempre più rotto, sempre più veloce. Venne la prima volta così, con la mia bocca su di lei, le mani nei miei capelli, un gemito lungo e liberatorio che riempì la stanza.
Mi alzai e la guardai. Aveva gli occhi semichiusi, il viso arrossato, quel sorriso soddisfatto e allo stesso tempo affamato. Il seno prosperoso si sollevava e abbassava con il respiro ancora affannato.
— Adesso scopami, — disse. — Scopami come si scopa una moglie la prima notte.
Entrai in lei lentamente. Era calda, stretta, perfetta. Mi accolse con un gemito basso, quasi animale. Cominciai a muovermi, lentamente prima, poi con più forza, con più profondità. Lei rispondeva ad ogni spinta, le gambe attorno ai miei fianchi, le unghie sulla mia schiena. I suoi seni si muovevano con ogni mio movimento, ondeggiando in modo ipnotico.
Mi abbassai per prenderli in bocca mentre la penetravo, succhiando i capezzoli, mordendoli leggermente, e lei impazzì.
— Sì, così, — gemeva. — Scopami e succhiami le tette, così, proprio così...
Dall'angolo, Stefano guardava. Immobile, silenzioso, totalmente presente.
Scopammo per ore. Venni dentro di lei la prima volta dopo circa venti minuti, con un'intensità quasi violenta, ma come sempre il mio corpo non si fermò. Rimasi duro. Continuai. Chiara venne una seconda volta, poi una terza. Era insaziabile, quella notte. Voleva tutto. Voleva essere presa in ogni modo, in ogni posizione.
La girai, la misi a quattro zampe, e la vista di quel corpo — la schiena che si inarcava, il sedere alzato, il seno che pendeva pesante e perfetto — mi fece impazzire. La presi da dietro mentre lei mugolava nel cuscino, una mano che le afferrava un seno, stringendolo, giocando con quella carne generosa.
La rimisi sulla schiena, le gambe sulle mie spalle, e la guardai negli occhi mentre la penetravo con forza, profondamente, totalmente. I suoi seni rimbalzavano ad ogni spinta, uno spettacolo che mi ipnotizzava.
— Dimmelo, — le dissi a un certo punto. — Dimmi che sei mia.
— Sono tua, — gemette lei. — Stasera sono tua. Sono la tua puttana in vestito bianco con le tette grosse che tanto ti piacciono.
Quelle parole mi fecero esplodere di nuovo. Venni una seconda volta, poi una terza, sempre dentro di lei, riempendola completamente.
A un certo punto, forse verso le tre di notte, Stefano si alzò. Si avvicinò al letto, guardò Chiara — sudata, distrutta, felice, il corpo gloriosamente nudo e appagato — e sorrise.
— Buonanotte, — disse semplicemente. Poi uscì, chiudendo la porta dietro di sé.
Rimanemmo soli. Io e Chiara. Marito e moglie per una notte.
Ci addormentammo abbracciati, nudi, nel letto matrimoniale. Il suo corpo morbido e generoso contro il mio, il respiro che si calmava lentamente, quella sensazione strana e perfetta di aver partecipato a qualcosa di più grande di noi.
5. La sorpresa — Varadero
La mattina dopo mi svegliai con la luce che filtrava dalle tende. Chiara era già sveglia, appoggiata sul gomito, che mi guardava con quel sorriso. Il lenzuolo copriva appena il suo seno, lasciandone intravedere la curva piena.
— Buongiorno, marito mio, — disse scherzando.
Risi. — Buongiorno, moglie mia.
Facemmo l'amore di nuovo, più lentamente, con quella dolcezza che hanno le cose del mattino quando il corpo è ancora caldo di sonno. La presi dolcemente, esplorando ancora una volta quel corpo che mi aveva fatto impazzire tutta la notte.
Poi bussarono. Era Stefano. Entrammo nella sua camera — quella che sarebbe dovuta essere la mia — e ci sedemmo. Lui aveva già ordinato la colazione. Caffè, cornetti, succo d'arancia.
— C'è un'ultima cosa, — disse Chiara, con quello sguardo complice.
— Cosa?
— Il viaggio di nozze, — disse Stefano. — Lo facciamo in tre.
Rimasi in silenzio.
— Nove giorni a Varadero, Cuba, — continuò Chiara. — Abbiamo già organizzato tutto. Partiamo tra sei giorni. Tu vieni con noi.
— Chiara... io...
— Non puoi dire di no, — mi interruppe lei, ridendo. — È già tutto pagato. I biglietti, l'albergo, tutto. Stefano ha pensato a ogni dettaglio.
Guardai Stefano. Lui annuì, serio.
— Vogliamo che tu venga. Non è il nostro viaggio di nozze. È il nostro viaggio di nozze. Di tutti e tre.
Rimasi perplesso per qualche secondo. Poi cominciai a ragionare. Mi ero appena specializzato, il lavoro in ospedale era ancora flessibile. Nove giorni li avrei potuti ritagliare senza troppi problemi.
— Va bene, — dissi alla fine. — Vengo.
Chiara mi abbracciò con una forza quasi infantile, schiacciando quel seno generoso contro il mio petto. Stefano mi strinse la mano, con quel suo sorriso tranquillo e complice.
Sei giorni dopo eravamo all'aeroporto di Fiumicino, in partenza per L'Avana.
6. Il volo — Diecimila metri di trasgressione
Il volo notturno durò dieci ore. Era un aereo pieno, con i sedili quasi tutti occupati da turisti italiani diretti ai Caraibi. Noi tre eravamo seduti insieme — Chiara in mezzo, io dal lato finestrino, Stefano dal lato corridoio.
Le prime ore furono tranquille. Guardammo un film, mangiammo la cena servita a bordo, chiacchierammo a bassa voce. Poi, verso mezzanotte, le luci si abbassarono. La maggior parte dei passeggeri dormiva, o fingeva di farlo sotto le coperte azzurre distribuite dagli assistenti di volo.
Chiara mi guardò. Aveva quel sorriso.
— Ho voglia di te, — sussurrò.
— Adesso? Qui?
— Adesso. Qui.
Si alzò, prese la mia mano, e mi guidò verso il fondo dell'aereo. La toilette era libera. Entrammo insieme — uno spazio ridicolmente piccolo, illuminato da una luce al neon spietata, con il rumore dei motori che rombava attraverso le pareti sottili.
Chiara chiuse la porta a chiave, si voltò verso di me e mi baciò. Era un bacio urgente, quasi disperato. Le mani che mi sbottonavano i pantaloni, il corpo che si premeva contro il mio in quello spazio impossibile. Sentivo il suo seno contro il mio petto, quel peso meraviglioso anche attraverso i vestiti.
— Scopami qui, — sussurrò. — Adesso. Veloce.
Le alzai la gonna. Non aveva le mutande. Era già bagnata. La sollevai leggermente, appoggiandola contro il lavandino, ed entrai in lei con una sola spinta decisa. Gemette, forte, e io le misi una mano sulla bocca per soffocare il suono. Con l'altra mano le strizzai un seno attraverso la maglietta, sentendone la morbidezza.
Fu veloce, animalesco, quasi ridicolo. Le turbolenze dell'aereo ci facevano oscillare, la luce al neon ci rendeva entrambi pallidi e innaturali, ma non importava. Chiara venne in pochi minuti, il corpo che tremava contro il mio, gli occhi chiusi, il respiro rotto. Io venni subito dopo, dentro di lei, riempendola completamente.
Ci ricomponemmo in fretta e tornammo ai nostri posti. Stefano ci guardò con un sorriso appena accennato. Aspettò qualche minuto, poi si sporse verso Chiara e, davanti a me, senza imbarazzo alcuno, infilò una mano sotto la sua gonna.
Chiara si morse il labbio. Stefano ritirò le dita — erano bagnate, lucide del mio sperma che colava ancora da lei. Le portò alle labbra e le leccò lentamente, guardandomi negli occhi.
— Buono, — disse semplicemente.
Chiara rise sottovoce, eccitata e felice. Io rimasi in silenzio, colpito dalla perversione elegante di quel gesto.
Era solo l'inizio.
7. Varadero — Nove giorni in paradiso
L'Avana ci accolse con il caldo umido e il caos festoso tipico dei Caraibi. Prendemmo un taxi collettivo — una vecchia Chevrolet del '57, tutta curve e cromature, che sfrecciava sulla strada costiera verso Varadero.
L'albergo era bellissimo. Un resort sulla spiaggia, con le palme, la sabbia bianca, il mare turchese che sembrava finto da quanto era perfetto. Stefano aveva prenotato due camere adiacenti, con la porta di collegamento interna.
Appena arrivati, mi portarono direttamente nella camera più grande — quella con il letto matrimoniale, il balcone vista mare, i fiori freschi sul comodino.
— Questa è la vostra camera, — disse Stefano semplicemente. — Tu e Chiara. Io prendo l'altra.
Guardai Chiara. Lei annuì, sorridendo.
— Per questi nove giorni, — disse, — tu sei mio marito. Io sono tua moglie. Stefano è... Stefano.
E così fu.
Per nove giorni vivemmo una vita parallela, strana, perfetta. Di giorno eravamo una coppia in luna di miele — io e Chiara. Colazione insieme, passeggiate sulla spiaggia, nuotate nel mare caldo, drink al bar dell'albergo. Chiara aveva portato una serie di bikini che esaltavano il suo corpo in modo devastante — quel seno prosperoso che attirava sguardi ovunque andassimo, quella figura che faceva girare la testa a metà degli uomini del resort. E lei lo sapeva, lo godeva, giocava con quello sguardo malizioso che diceva: Guardano me, ma sono tua.
Stefano era sempre con noi, ma in disparte, come un amico che viaggiava insieme a noi, presente ma discreto.
La sera cenavamo tutti e tre, poi tornavamo in camera. La nostra camera. E lì accadeva tutto.
Chiara era insaziabile. Ogni notte voleva essere presa, scopata, riempita. Voleva tutto — la dolcezza e la violenza, la lentezza e l'urgenza, le parole sporche e i silenzi carichi. E io le davo tutto.
Stefano guardava. Sempre. Seduto sulla poltrona, a volte sulla sedia del balcone, a volte in piedi nell'angolo. Si toccava, si segava, veniva guardandoci, ma non invadeva mai. Era testimone, complice, motore silenzioso di tutto quel piacere.
Una notte Chiara volle essere presa sulla spiaggia. Uscimmo dall'albergo verso le tre del mattino, quando tutto era deserto, e camminammo fino a una zona isolata. La luna piena illuminava il mare con una luce argentea, irreale. La spogliai sulla sabbia — prima il vestito leggero, poi il reggiseno che liberò quel seno che anche al buio sembrava brillare nella luce lunare. La scopai lì, sotto le stelle, con il rumore delle onde che copriva i suoi gemiti. Stefano era poco distante, immobile, che guardava.
Un'altra notte volle essere presa sul balcone, in piedi, appoggiata alla ringhiera, mentre le luci dell'albergo tremavano sotto di noi e qualche voce lontana saliva dalla piscina. La presi da dietro, lentamente, profondamente, mentre lei si mordeva il labbro per non gridare. Le accarezzai il seno che pendeva davanti a lei, stringendolo, tirandole i capezzoli, e lei venne gemendo sottovoce.
Una sera, dopo cena, mentre camminavamo lungo la spiaggia al tramonto, Chiara mi prese la mano e la strinse forte. Aveva indosso un vestito bianco leggero che il vento caraibico faceva aderire al corpo, disegnando ogni curva, soprattutto quella del seno che sfidava la gravità.
— Ti rendi conto, — disse a bassa voce, — che siamo qui in tre, che la gente ci guarda, e che probabilmente tutti hanno capito?
Era vero. Gli altri ospiti dell'albergo avevano cominciato a notarci. Era inevitabile. Una coppia giovane, con lei che era una bomba con quel fisico — e un terzo uomo che era sempre con loro ma che dormiva in un'altra camera. Al bar della piscina, al ristorante, sulla spiaggia — le occhiate si facevano sempre più insistenti, i sorrisi più complici o più scandalizzati a seconda di chi guardava.
Una sera, al bar, un italiano di mezza età mi si avvicinò con un sorriso malizioso.
— Complimenti, — disse, indicando Chiara con un cenno discreto. — È bellissima. E che forme... Siete sposati da poco, vero?
— Sì, — risposi. — Viaggio di nozze.
— E lui? — chiese, indicando Stefano che era poco distante.
— Un amico, — risposi semplicemente.
L'uomo annuì, con un'espressione che diceva chiaramente: Certo. Un amico. Poi si allontanò ridacchiando.
Un'altra volta, una coppia di tedeschi ci fermò sulla spiaggia. Lui era un uomo alto, biondo, con un fisico atletico. Lei una donna matura, elegante, con un sorriso aperto.
— Scusate, — disse lei in un italiano approssimativo. — Non vogliamo disturbare. Ma... noi abbiamo notato. E volevo dirvi che... come dire... non siete soli. Anche noi...
Lasciò la frase in sospeso, ma il messaggio era chiaro. Loro sapevano. E loro facevano lo stesso.
Chiara sorrise, Stefano annuì educatamente, io rimasi in silenzio. Non c'era bisogno di dire altro.
Non ci importava cosa pensassero gli altri. Eravamo in una bolla, in un mondo costruito da noi, per noi, e nient'altro esisteva. Quello che vivevamo era nostro — intenso, trasgressivo, ma anche stranamente puro nella sua autenticità.
Ma non fu solo sesso e trasgressione. Fu anche intimità vera. Ci svegliavamo abbracciati — io e Chiara — nella luce dorata del mattino caraibico. Facevamo colazione insieme, parlavamo. Chiara mi raccontava della sua tesi di laurea, delle sue passioni letterarie, dei suoi sogni. Io le parlavo del mio lavoro, della medicina, di cosa significasse per me scegliere quella strada. Stefano partecipava alle conversazioni, ma lasciava sempre a noi lo spazio centrale, come se quella fosse davvero la nostra luna di miele e lui fosse solo un ospite privilegiato.
C'era tenerezza in tutto questo. Una tenerezza storta, forse, ma reale. Chiara mi guardava a volte con un affetto che andava oltre il desiderio. Stefano mi trattava con una gratitudine silenziosa che non aveva bisogno di parole.
Una notte, dopo aver fatto l'amore per ore, mentre Chiara dormiva tra le mie braccia — il suo corpo nudo e caldo, il seno appoggiato contro il mio fianco — Stefano entrò nella nostra camera. Si sedette sul bordo del letto e mi guardò.
— Grazie, — disse piano. — Per tutto questo. Per come la fai sentire. Per come ci fai sentire.
Non risposi. Annuii soltanto. C'erano cose che non si potevano dire con le parole.
8. Il ritorno — La fine di un capitolo
Dopo nove giorni tornammo in Italia. L'aereo atterrò a Fiumicino una mattina grigia di agosto, con quella luce opaca tipica dell'estate romana. Ci salutammo all'aeroporto con abbracci lunghi, sinceri.
— Grazie, — mi disse Stefano. — Per tutto.
— Grazie a voi, — risposi.
Chiara mi baciò sulla bocca, un bacio lungo, dolce, carico di tutto quello che non si poteva dire.
— Ci vediamo presto, — sussurrò.
E ci vedemmo. Ancora per circa un anno continuammo a frequentarci, con la stessa regolarità di prima. Ma qualcosa era cambiato. Loro stavano costruendo una vita vera — una casa, un mutuo, progetti. E dopo qualche mese Chiara rimase incinta.
Il primo figlio arrivò nel '93. Ricordo la telefonata di Stefano, la voce piena di emozione e stanchezza, che mi annunciava la nascita. Mi invitò a conoscere il bambino, ma capii che era un invito di cortesia più che una vera richiesta. Andai comunque, portai un regalo, rimasi poco. Era giusto così.
Il secondo figlio arrivò nel '95. E lentamente, naturalmente, i nostri incontri si diradarono. Prima ogni tre mesi, poi ogni sei, poi solo telefonate. Auguri di Natale, qualche messaggio a Pasqua.
Oggi, dopo più di trent'anni, siamo ancora in contatto. Solo voci al telefono, solo parole di cortesia e affetto, ma sento che quello che abbiamo condiviso è ancora lì, intatto, prezioso. Una volta all'anno, a Natale, ci sentiamo. Parliamo di salute, di figli — loro ne hanno due ormai grandi, uno laureato e uno all'università. Parliamo del tempo che passa, delle vite che cambiano.
E ogni volta, prima di chiudere la telefonata, c'è un silenzio. Un silenzio che contiene tutto — quella notte di luglio del '92, quel vestito bianco sul pavimento, quel corpo prosperoso offerto a me, quella spiaggia caraibica sotto la luna, quei nove giorni in cui fummo marito e moglie.
— Buon Natale, — dice Chiara.
— Buon Natale, — rispondo.
E basta così.
Quello fu il periodo in cui capii definitivamente chi ero. Non ero solo un uomo dotato. Non ero solo qualcuno che dava piacere. Ero un bull — e quella parola significava essere parte di qualcosa di più grande di me, di più complesso, di più profondo.
Significava essere necessario.
E quella necessità, quella funzione, quel ruolo — sarebbero diventati la mia vita.
Ma questa è un'altra storia, che verrà dopo.

Añ CASEADE 10 COMENTARIOS:
  • avatar Cpleiporka Scritto beisinmo. Bravo. La qualità si percepiste anche da questo.

    22-05-2026 18:12:31

  • avatar ramos60 Complimenti x il vissuto e x la narrazione borghiramos@gmail.com

    20-05-2026 22:59:52

  • avatar Isolanocombattente Divino.

    20-05-2026 13:35:30

  • avatar Cpmare Bellissimo ,lei molto presa...tu da vero uomoComplimenti

    19-05-2026 19:02:53

  • avatar indue2017 Inserisci un commento:

    19-05-2026 16:38:23

  • avatar Attila Giuro...il racconto più bello ed eccitante da quando sono su questo sito

    19-05-2026 16:16:19

  • avatar MASCHIO1964 Bel racconto, ma si percepisce la tua malinconia per qualcosa rimasta sotto le lenzuola.

    19-05-2026 09:56:34

  • avatar Cornut82 Racconto bellissimo complimenti

    19-05-2026 07:33:35

  • avatar lordofemotion22 Complimenti per il racconto. Il rapporto cuck sweet bull è qualcosa che parte dalla testa per poi arrivare al fisico. Anche a me è successo di essere il bull complice amico di coppia e con una in particolare abbiamo legato trasformando il rapporto in amicizia e complicità. Mi sono rivisto nel tuo racconto, ovviamente con le dovute differenze. Un saluto A.

    19-05-2026 07:30:08

  • avatar Gig1965 Bellissima esperienza complimenti

    19-05-2026 03:14:52






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