Cardiopatico 1
by GipotopoCARDIOPATICO
EPISODIO 1 – La rivelazione in ospedale e la prima notte nuda
Marco aveva cinquantadue anni e una vita che, vista da fuori, sembrava perfetta. Un lavoro da impiegato statale che gli garantiva uno stipendio sicuro, una casa con giardino in un quartiere tranquillo di periferia, una moglie che tutti gli invidiavano. Silvia, cinquant’anni appena compiuti, era di una bellezza discreta ma devastante. Alta un metro e settanta, capelli castani lunghi fino alle spalle che portava sempre raccolti in una coda morbida, occhi verdi grandi e timidi, un viso da madonna rinascimentale con labbra piene e zigomi alti. Il corpo, però, era il vero capolavoro che nessuno – nemmeno lei – sembrava accorgersi di avere.
Silvia si vestiva sempre con abiti larghi, felpe oversize, jeans larghi, maglie che nascondevano tutto. In palestra (ci andava tre volte a settimana da vent’anni) indossava tute abbondanti e si allenava negli orari morti per non farsi notare. Il risultato era un fisico da trentenne sportiva: seni pieni e sodi (terza naturale, ma sembravano di più per la tonicità), vita stretta, fianchi larghi ma proporzionati, glutei alti e rotondi, gambe lunghe e muscolose senza un filo di cellulite. Addome piatto con una leggera definizione, spalle delicate. Un corpo che sembrava scolpito per essere guardato, toccato, posseduto… eppure lei lo nascondeva persino a se stessa.
Marco invece era un uomo normalissimo: altezza media, pancetta da birra leggera, capelli che cominciavano a diradarsi, ma con un cervello che non si fermava mai. La sua perversione era una sola, profonda, costante: le fantasie cuckold. Da anni, mentre facevano l’amore, le sussurrava storie sempre più spinte. Le raccontava di lei che si faceva toccare da sconosciuti, che succhiava cazzi davanti a lui, che veniva scopata da altri mentre lui guardava. Silvia ascoltava, arrossiva, annuiva piano, ma non partecipava mai davvero. Veniva in silenzio, con gli occhi chiusi, stringendo le lenzuola, e poi si rivestiva subito con una delle sue felpe enormi di Marco, come se quel corpo nudo fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Il sesso tra loro era buono, regolare, due volte alla settimana. Sempre al buio, sempre con lei coperta fino al collo. Marco veniva dentro di lei dopo dieci minuti di spinte tranquille, lei aveva un orgasmo leggero, quasi pudico. Poi lui si addormentava sognando scenari sempre più estremi.
Quella mattina di marzo, però, tutto cambiò.
Marco si svegliò con un dolore al petto che sembrava una morsa. Sudava freddo. Silvia, spaventata, lo accompagnò al pronto soccorso. Gli fecero gli esami: angiografia, ecocardiogramma, holter. Diagnosi: stenosi coronarica lieve, niente di drammatico, ma un campanello d’allarme chiaro. «Deve rallentare, signor Rossi. Stress, alimentazione, e soprattutto… la vita è breve. Si goda ogni giorno.»
Silvia rimase accanto al letto per tre giorni. Marco, pallido ma lucido, le prese la mano e le parlò con una voce diversa dal solito.
«Amore… ho pensato tanto in queste ore. Ho cinquantadue anni. Potrei morire domani. Abbiamo passato trent’anni a fare le cose “giuste”. Tabù, morale, paura del giudizio. Quante cose non abbiamo fatto per paura? Quante fantasie ho avuto e non ho mai osato davvero vivere con te? La vita è corta, Silvia. Quando torno a casa… voglio recuperare il tempo perso. Voglio che facciamo tutto quello che ci è sempre mancato. Senza vergogna. Senza nascondersi.»
Silvia lo ascoltava in silenzio, gli occhi bassi. Non disse niente quella sera. Ma dentro di lei qualcosa si mosse. Per la prima volta in vita sua si guardò allo specchio del bagno dell’ospedale, tolse la felpa larga e si osservò davvero nuda. Vide il suo corpo. Vide quanto era bella. Vide quanto era sprecata.
Tornarono a casa dopo cinque giorni. Marco doveva stare a riposo assoluto per due settimane. Niente sforzi, niente palestra per lui, solo passeggiate lente. La sera del settimo giorno, dopo cena, Marco si sdraiò sul letto e disse piano: «Vieni qui, amore. Facciamo l’amore… come vuoi tu stavolta».
Silvia non rispose subito. Andò in bagno. Si spogliò completamente. Per la prima volta da anni non prese la felpa di Marco. Si guardò di nuovo allo specchio: seno alto, capezzoli già turgidi per l’emozione, pancia piatta, fica depilata (si era fatta la ceretta completa quella mattina senza dirglielo). Uscì nuda.
Marco rimase a bocca aperta quando la vide entrare in camera. La luce della abatjour era bassa, ma bastava. Silvia scivolò sotto le coperte, ma questa volta non si coprì. Si mise sopra di lui, a cavalcioni, completamente nuda.
«Ti voglio sentire tutto» sussurrò con voce tremante.
Marco non credeva ai suoi occhi. Le mani gli tremavano mentre le accarezzava i fianchi, i glutei sodi, i seni pesanti. Silvia si abbassò lentamente, guidando il cazzo del marito dentro di sé. Era bagnata come non lo era mai stata. Iniziò a muoversi con un ritmo nuovo, più deciso. I seni le ondeggiavano davanti al viso di Marco, i capezzoli duri che sfioravano le sue labbra.
«Guardami» gli disse. Era la prima volta che gli dava un ordine.
Marco la guardava rapito. La scopava con più forza di quanto il medico gli avesse permesso, ma non gliene fregava niente. Silvia veniva per la prima volta rumorosamente, un gemito lungo e gutturale, la testa rovesciata indietro, i capelli che le ricadevano sul viso. Poi un secondo orgasmo, più forte. Il corpo le tremava tutto.
Quando Marco venne dentro di lei, Silvia rimase sopra, ansimante, sudata, nuda. Non si coprì. Rimase lì, con il suo sperma che le colava tra le cosce, e gli sorrise timidamente.
«Avevi ragione» disse piano. «La vita è breve. Domani… voglio provare una delle tue fantasie. Quella del piazzale dei guardoni. Solo per guardare, però. Solo per guardare.»
Marco sentì il cuore battergli forte, ma non per la malattia. Per l’eccitazione.
Quella notte dormirono abbracciati, nudi entrambi. Per la prima volta dopo venticinque anni di matrimonio.
Silvia non lo sapeva ancora, ma aveva appena aperto una porta che non si sarebbe più chiusa.
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